martedì 20 dicembre 2011

Lo stress delle patatine

Trovo che lo stress non sia un buon consigliere.
Nelle scelte di vita, nelle scelte appassionate, nelle scelte transitorie, nelle scelte in generale.
Trovo che nemmeno la fretta, o l'approssimazione, giovino poi molto all'espressione migliore di sè stessi. Del proprio progettarsi.
Ma sia lo stress, la fretta e l'approssimazione, sono dirette estensioni dell'insoddisfazione. Si manifestano puntuali, quando un uomo non può riempire di senso la propria vita si nasconde e si tuffa a capofitto nello stress, riscoprendo come quest'ultimo sia in grado di dare spiegazioni e alibi a qualunque mancanza.

Badate bene, un uomo insoddisfatto non è per definizione stressato. E' solo insoddisfatto.
Ma è demotivante ammetterlo, è frustrante.
Diventa farraginosamente ingarbugliato se in tutto ciò che si deve fare si inserisce la priorità del doverlo fare prima di ogni altra cosa. Diventa altresì imminente fare, perchè non fare corrisponderebbe a dover decidere di cose che nella vita normalmente sono scomode.
Perchè non hanno scadenza temporale. Perchè non hanno connotati flessibili. Perchè spesso hanno criteri oggettivi da rispettare. E non basta spegnere il pc per chiudere l'argomento.

Stressarsi, quindi, è la fuga. Una fuga celata, elegante, mascherata da un'annosa attività professionale, ma è una fuga, netta e distinta, dalle responsabilità che non si hanno nei confronti delle cose, ma nei confronti degli affetti, delle persone, degli eventi.
Certo è che lo stress uccide. Uccide chiunque. Quelli forti di cuore e quelli meno impavidi.
A volte uccide soltanto l'animo della gente, perchè lo si accumula senza riuscire a ripartirlo e a canalizzare l'energia positiva negli istanti felici, ma rari, che attraversiamo. Altre volte indebolisce a tal punto che nessuna ora merita di esser vissuta.
Resta solo l'attimo. Per questo non va esaltato. Passa talmente rapido che... andiamo oltre.

Siamo ombre nel sentiero del mondo, chi verrà dopo di noi non si accorgerà nemmeno di questi nostalgici ravvedimenti. Chi è con noi oggi, però, dovrebbe sapere.
Chi scegliamo confidente dovrebbe sapere. Chi scegliamo conoscente dovrebbe sapere.
Chi scegliamo d'amare dovrebbe sapere. Chi scegliamo di servire dovrebbe sapere.

Eppure c'è chi non dice. E corre, corre, corre e basta.
C'è chi si nasconde, c'è chi non risponde, c'è chi rifiuta, c'è chi non ha abbastanza vita davanti per dipingere i giorni di fermezza, caparbia e volontà.
C'è chi invece ha tanta energia e tutto ciò che sa fare è stringersi forte al proprio io.
Alle materialità, alle immaterialità, alle soddisfazioni delle patatine.
Salate, insipide, gialle, scadute oppure no.
Nient'altro che fugaci apparizioni di senso. Eppure non possiamo fermarci. Dobbiamo correre, anche zoppi. Non è per fame, nè per fama. Ma allora perchè?

Lo stress è la benzina del nostro bruciare ogni giorno.
Sento puzza troppo vicino a me.


venerdì 25 novembre 2011

Quanti anni hai
stasera
quanti me ne dai...
bambina
quanti non ne vuoi
più dire
forse non li vuoi
"capire"...
Ti ho pensato sai...
stasera
ti ho pensato poi...
la sfiga
mi ha telefonato lei
per prima
non ho saputo dir di no
lo sai che storia c'era

Dopo dove vai
stasera
sai che non lo so
bambina
certo che tu no
non sei la prima
e di certo no
non sei la più "serena"
Quello che ti do
stasera
è questa canzone
onesta e sincera
certo che potevo sai
approfittar di te
ma dopo come facevo
a fare senza .....se

Meglio che "rimani"
a casa
meglio che "non esci"
stasera
perché la notte non è più
sicura
e non è nemmeno più
sincera

Quanti anni hai
stasera
sai che non lo so
bambina
forse ne ho soltanto qualcuno... qualcuno
...più di te
ma è la curiosità
che non so più cos'è 







 ...ma è la curiosità
che non so più cos'è. 



Vasco Rossi


QUANTI ANNI HAI

mercoledì 28 settembre 2011

Sproloqui con inchiostro trasparente

La dispersione delle parole. 

Partono veloci, da un pensiero fugace e poi perdono la direzione. Non ricordo piú perché le ho pensate. Le parole sono la mia passione. Anche se vorrei conoscerne centinaia di più di quante facilmente ne usi. 
Anche senza un metodo né un canale preciso nel quale imbucarle.

Mi incuriosisce la fotografia, la riproduzione puntuale del visibile. O la metafora colorata dell'invisibile agli occhi. Dottrine. 
 Il fuoco sul primo piano, descrive e riempie di senso il contesto, cosicché il secondo piano resti fermo, presente e distratto. A riempire di colori o di sfumature le figure. 
Nelle fotografie con i primi piani spiccati, provo sempre a guardare il resto. L'evidente nasconde l'intento di omettere qualcos'altro? 
Poi mi guardo intorno e provo a fotografare con la mente, decine di migliaia di particolari. Sfido la mia memoria a catalogare posizioni, sensazioni di un attimo, di una persona.  E con quella fotografia in mente, chiara, netta e senza esitazione, penso alle parole adatte per dire di lei.

Poi scrivo. E potrei scrivere di qualunque cosa, per il mero esercizio di stile che tanto mi compiace. Non potrei fare la reporter. Né la cronista di mestiere. 
Mi perderei nella descrizione minuziosa del tutto per perdere il centro. 

Mi piace veder stampate le parole, sentire l'odore della carta, impregnarmi del bianco e del nero le dita sfogliando le pagine e guardare i colori che il progresso con maestria sfuma attorno alle notizie.
 Innumerevoli caratteri singoli e forme sinuose su un piano pulito. 
Come fosse la penna del mio futuro, scrive senza destinazione. 

Mi piace sentir parlare di giornalismo.  Mi piacerebbe conquistarne l'arte.
Ma conosco i miei limiti. Tantissimi.
In primis, la mia assenza di sintesi.
Conosco bene le mie elucubrazioni. Non posso in alcun modo giustificare il mio essere prolissa. Lo sono e a volte mi diverte esserlo. 
E non mi piace rileggermi. Anzi, quando lo faccio, cambio spesso connotati ai miei pensieri, ne perdo spontaneità e natura indomita.
É la vanità di chi non sa cosa fare con le sue parole.
É l'egoismo, é la presunzione di potersi esprimere liberamente. In barba alle leggi grammaticali e a quelle relative all'essenziale comunicazione di qualcosa.
In questo elenco interminabile di narcisismi, mi piace raccontarmi. 

Oggi vorrei pormi come intermediario eccentrico del sapere odierno.
Oggi vorrei parlar di moda. E domani vorrei scriver di politica.
Poi vorrei misurare l'affabilità della mia voce in radio ed infine vorrei anche specchiarmi in video, narrando le vicende locali. 
Mi vedrei in un futuro qualunque, forse nessuno m'apparterrebbe.
Forse tutti, perché in tutti mi riconosco. In tutti mi sentirei gioiosa.

Ho riscoperto una passione. Comunicare. Comunicarmi. 
Ho riscoperto l'anima delle mie ore, trascorse rapide, quasi a non accorgersi.
Avevo dimenticato quanto scrivere, o immaginare di farlo, mi appagasse.
Avevo dimenticato quanto desiderassi pormi come intermediario fedele e obiettivo della realtà in cui viviamo. Per costruire lo spirito critico che questa società da troppo attende. Passiva e silente gioventù di oggi. 
E non per gestirne l'opinione. Ma per stimolare ad averne una.
Ho senz'altro sopravvalutato le mie potenzialità.
Scrivo per diletto, ma soltanto mio.
E sul web perché sono figlia di questo tempo. Lo ritengo lo strumento naturalmente estensivo della mia comunicabilità.

Ma non c'é notizia, non c'é dubbio. Faccio ancora da me,  faccio ancora senza regole le mie pagine. Mi racconto con l'ennesima dispersione d'inchiostro trasparente. 

venerdì 2 settembre 2011

L'altruismo mal posto

Tratto con le rinunce quotidianamente.
Mi affido, ora per ora, a delle scelte altrui, impulsive, compulsive, distratte, disilluse.
E non mi rendo conto mai di quando smettere di credere.
Smettere di affidare ad altri la realizzazione dei miei desideri.
Certo non può chiamarsi egoismo. Ma altruismo mal posto.

Perchè di me non ho mai abbastanza stima. Perchè per me rimando a domani.
Perchè di me non ho rispetto. Perchè di me non sono abbastanza innamorata.
Perchè di me non ho gelosie. Non ho possesso.
E me l'aspetto dagli altri?

Smetterò, lo scrivo e lo farò. Smetterò. 
Voi, spettatori increduli, ricordatemi quanto ho promesso.

lunedì 15 agosto 2011

Le colline controvoglia

Lungo quel silenzio cucivo il mio futuro.
Con tanti sogni e poche idee, fautrici di alternative ferme.
Immagini presuntuose, felici e volubili.

Alla finestra, esposta a ovest, un tramonto tra le tende sottili.
La fotografia della mia solitudine.

Le colline, sempre verdi, compagne di lunghe passeggiate.
I cavalli, i conigli, i cinghiali, le pecore. Gli odori della natura.
I rumori della selva.
L'ingenuità di una bambina.
Il disegno di una campagna rigogliosa, lo scarabocchio di una vita trascinata altrove.
Lontano, non abbastanza. Controvoglia.

E corro oggi, ancora, su colline esposte a nord.
Controvoglia. Quasi fosse il nome di un luogo di ritorno.
Rivolgo i miei pensieri a me. Mai paga.
Perchè cadano nell'inconsapevole oblio. Perchè riesca a dimenticarli.
Perchè risorgano ancora da quelle finestre, abili attrici, madri delle mie speranze.



sabato 6 agosto 2011

Sei lo specchio dei miei sguardi al cielo

Ti vedo. Ti vivo.
Ti scorgo dietro a una finestra. Poi esco, ad ammirarti.
Fai paura, togli il fiato.
Sembri l'inferno.
E la porta siamo noi, ad un passo da te.

Il cielo é tinto di rosso. Sembra iroso. Punitivo.
Trovi sempre il modo di dimostrarti onnipotente. Tu sei immensa.

Sei lo specchio dei miei sguardi al cielo.
Sei il suono dei miei sospiri.
Sei il sapore ribelle e rivoltoso di madre natura.

Sei magnanima e parsimoniosa.
Trovi sempre il modo per cacciar via il presente. Ostico. Povero. Arido.
E ricordar l'appartenenza a questa vita o l'improvvisa assenza.
A te Etna, devo il coraggio della paura.

lunedì 1 agosto 2011

Il presente non passa mai

E' questa sensazione di vuoto alla testa che mi innervosisce. Mi sfianca.
Sembra che l'ossigeno si fermi molto prima di raggiungere i nervi e li faccia appassire, assetati.
Di tutte le parole che penso di dire, o ancor meglio di scrivere, pochissime raggiungono la vetta. La superficie dell'espresso. Eppure del mio parlare, del mio come, del mio quanto, del mio perchè, si discute sempre molto. Ci si interroga perchè questa severità, perchè questa naturale schiettezza, in che modo ad una così giovane adulta possa appartenere così tanta anzianità di intento.
E poi possa seguire una così scarsa percezione del reale.
Sì, perchè, dal canto altrui, la mia persona è sempre avulsa dal reale. Ma non è il reale la dimensione che non mi appartiene, è quella dell'attesa, della conquista, della lotta che mi toglie il fiato.

Ho sentito dire di recente, ad un conoscente, che certe persone preferiscono parlare di qualunque cosa, esprimere ossequioso consenso al tutto, e non coltivare una posizione su nulla. Quasi come se fosse oltraggioso essere d'opinione avversa. Ho sentito dire, a talune persone, che qualche volta l'adulto si maschera da adolescente, finendo per concorrere in stupide mascherate a salvaguardia del buon nome.
Ho sentito dire, da qualcuno, che qualche volta il tempo non basta. Che qualche volta il rispetto, per la vita anzitutto, è una parola che ha significato quando lede un altro e non sé stessi.
E quando queste opinioni sfiorano l'assurdità della quotidianità comincio a impormi, severa maestra della gestione di un affetto o di un momento. Nessuna riverenza. Nessuna adorazione.

Di tutti gli amori molesti di cui mi faccio carico, sempre e soltanto un ricordo buio porto dentro. Sarà perchè ormai non mi sorprende neanche patire. E mi ritrovo sempre al punto di partenza, in ogni rapporto sociale, per cui ogni fermata è una gravosa ripartenza. A spiegar tutto di nuovo. A riempire lettere. A bruciare fotografie. A mostrare e vantare una risalita fulminea. A riempire di fiducia. A sostegno della speranza.

Una volta un amico mi disse che ho l'aria di una principessa infelice. E che forse di questa realtà ne vado sempre alla ricerca. Mai paga. Mai abbastanza.
Vieni giudicata, vieni svestita da ogni putrida difesa all'ultima goccia d'orgoglio che ti rimane.
E ti colori di nero. Sorridi perchè non sai più come sputare quel veleno. Non sai più scovare la resistenza di quei pugni, tesi e costanti, allo stomaco. Inesauribili.
Poi ti volti indietro e guardi in faccia il dolore di chi ti ama, poi ti rifiuta, poi ti odia per questo.

Oggi mi son voltata, ho guardato in faccia il mio passato che, purtroppo, non è così dissimile dal presente. Certe vite fanno un giro immenso e poi ritornano.
Ho visto quante chiacchiere, quanti soliloqui, quanti tristi pianti e angosciose lacrime hanno fatto i miei occhi, per l'arsura di sapere che alimentano.
Oggi ho visto il mio dolore e ho visto la mia gioia. Oggi ho capito che quest'essere oscuro che mi sovrasta non miete vittime soltanto dentro le mie frasi, scritte in fretta e senza mai rileggerle.
Oggi il mostro mangia anche intorno. Oggi scopro che il male è anche dentro voi. Dentro tutti.
Oggi vedo per la prima volta, oggi trovo immotivate tutte le reazioni crudeli. Oggi sono stanca.
Oggi scorgo chiaramente quanta aridità esiste anche in te. 
E la fiaba finisce. Con un epilogo noioso, affranto e stranamente ripetitivo.

Oggi incrocio e finisco la mia estate; il mio solstizio estivo è cominciato mesi fa, ed è trascorso nell'illusione che troverò pace, non so ancora in cosa e con chi. D'altro canto il mio fardello del definire non mi lascia altra via che scrivere di futuro. Il mio presente non passa mai.

mercoledì 20 luglio 2011

Un racconto al cianuro

In una serata invernale, rivedo una cara amica in un bar.
La rincontro dopo anni ma la trovo sempre uguale. La stessa faccia, lo stesso sorriso, lo stesso modo affannato di raccontarmi le cose belle della sua vita.
Nel giro di pochi minuti sembra che questi lunghi anni non siano mai trascorsi, lei, chiacchierona instancabile comincia il racconto di una storia d'amore coinvolgente, appassionante, come quella dei film che finiscono sempre per farmi piangere a dirotto.
Io, curiosa e impicciona, assetata dei dettagli delle storie che funzionano - a discapito delle mie che invece sono sempre visceralmente tormentate - ascolto ogni dettaglio, la incalzo con domande sempre più intime, quasi come se volessi toccare anch'io questa gioia.
Parte la narrazione dal corteggiamento che ha ricevuto, da quelle lettere infinite, da quei giorni senza mai udirsi. La magia della scrittura conserva il fascino del non detto, del non palesato, del sussurrato presente assoluto e costante. Passano dieci minuti e Non vedo l'ora che il racconto finisca. Immagino già il finale. E corro a prenderei fazzoletti. Ho le lacrime pronte, riscaldate.
Continua la narrazione aggiungendo gesti, movenze, le mani si agitano come ventagli, la trovo pero' nervosa, quasi come se mentisse a se' stessa. Sembrava incredibile un corteggiamento così riservato, parsimonioso, così delicato. Non e' del nostro tempo. Penso subito che lei si stia un tantino allargando.
Racconta l'evoluzione di questo avvicinarsi gradualmente, col timore di risolvere tutto in una grande bolla di sapone. L'amore non e' mai contento. E che palle, aggiungerei.

Arriva ad oggi, alla relazione che vive con quest'uomo, investita dai gesti ottocenteschi, quelli dettati dalle intese mentali, dominate da sibili, senza chiacchiere.
La relazione oggi riempie i suoi giorni, lei e' felice,ama quest'uomo perdutamente. Hanno vissuto tanti momenti toccanti,qualcuno me lo racconta, qualcuno no. E quando mi racconta il momento felice comincio a credere che se lo stia inventando.
Sembra tutto troppo facile. Tutto troppo scontato.
Tutto troppo irreale. Le persone litigano, ogni tanto. Ogni tanto si sbagliano, non si capiscono, si intrecciano in discussioni sterili.
Le persone che stanno insieme malgrado s'amino molto si lasciano.
Si minacciano di sfuggire al loro destino. E loro invece no.
Secondo questa mia amica la relazione era stabilmente fondata sul sacro principio dell'amore, per cui ogni cosa che accade nel mondo delle persone, accade solo in quel momento.
L'amore e' la dimensione dell'oltre, mi disse.
Sorpassa. Supera. E' senza tempo. Vince. Puo'.
Porca miseria! Stavo diventando invidiosa di questa sicurezza spavalda!

Altrimenti non potrebbe nemmeno immaginarsi eterno, continua, infierendo sulle mie famose storie, ballerine, senza criterio, incoscienti, volubili, spesso suicide. Ed esiste la gente che si ama in eterno, almeno finche' finisce il nostro tempo, aggiunge, dopo una lunghissima pausa.

Ad un certo punto conclude la sua storia. Si sposa. Ecco, lo sapevo! Scatta la lacrimuccia. Che sfigata, mi parte la commozione solo al racconto di un momento felice di un'amica che non vedo da anni. Devo veramente essere diventata insopportabilmente romantica.
Poi mi svela un segreto, sorridendo, qualche crisi c'è pure stata. E certo, dico tra me e me, non poteva mica essere vero! La perfezione non esiste, quasi godo da questa ultima affermazione. Mi fa sentire "normale" nella mia agonia.
Mi disse Che il suo compagno le dedico mille canzoni, mille poesie, mille frasi d'amore, e le chiese di sposarlo dopo una furibonda litigata.
Wooooooow, il mio sogno! E non scherzo affatto!!!
Dai litigi si sprigiona un'energia negativa talmente forte che abbatterla con l'estremo opposto e' il segno più grande ed evidente di un amore dell'oltre.
Le disse, urlando come un matto: sí, ti ho scelta!!! Nella misura in cui cambi!

Ok. Dentro me si apri uno squarcio lungo un chilometro.
E dentro lei si apri la ferita per il fallimento annunciato del su matrimonio.
Ma quella parvenza di felicita' resto' nell'aria per tutto il tempo.
Era così piena di questo grande amore che, rendere udibile la riflessione rispetto all'impossibilita di un amore sano legato alla mutazione, non ebbi il coraggio di proferire parola. Le diedi un grande abbraccio, piangendo insieme a lei, un Po per gioia, un Po per disperazione. Lei scommetteva sul suo annullarsi.
Lui sul tradirla quanto prima, inevitabilmente.
Mi sono sentita subito meglio. Malata, turbata, scettica e severa ma serena.
Sebbene i miei rapporti siano spesso affetti da sindromi strane, buchi vertiginosi di rabbia e desolazione, so quando smettere di illudermi. Prima o poi ci arrivo, coi miei tempi.
C'é gente invece che preferisce tacere. Accudire un amore muto. Quasi morto.
E allora meglio il mio amore.... Psicopatico.
Che parli, dica sempre, gridi con veemenza la sua insoddisfazione. Costi quel che costi.
Di questi amori imbevuti di cianuro ne ho fin sopra i capelli.
E di questi matrimoni, cui le fedi sono forgiate col ferro, senza oro ne brillanti.

domenica 17 luglio 2011

Scelgo sempre la boa

Dico sempre che in mezz'ora riuscirò a dire qualcosa, scrivendo.
Sono le 19,23 di una domenica pomeriggio isolana, il sole ha battuto forte su tutta la costa. Non mi ha preso, vi rassicuro. Ma mi ha fatto pensare. Il sole mi fa sempre pensare quanto sia meglio stare all'ombra e ancora... Pensare.
Ho pensato che a questo punto devo prendere una via, non posso ancora una volta aspettare la mossa di altri. Ho pensato che ho l'eta per prendere una strada e non voltarmi più indietro.
Ho pensato che con le mie turbe mentali non andrò molto lontano restando ferma. Per questo ho deciso che sarò io a dettare le regole del mio futuro. Sarò io a valutare, a giudicare, chi e come, quando, cosa fare. Vi sembrerà naturale. Eppure per chi, come me, vive la dimensione doppia e non come unita in un unica possibile via e' un dramma ogni giorno scegliere di fare qualcosa.
Oggi potevo scegliere di non essere qui. Ieri potevo invertire la rotta, fermarmi al casello. Ammirando lo scorcio dello stretto e restare li, a meta'. Perché arrivare qui e osservare il gambero, degustarlo lentamente, sapendo che sapore ha prima di assaggiarlo, non fa che farmi rivalutare ogni metro che compio, insaziabile e ostica.
Il mare qui ha sempre un colore diverso. Ma nessuno di questi assomiglia a quello dentro. Ci sono varianti di blu, profondo e tetro, a largo delle mie paure, varianti di azzurro e celeste, pulito, puro, saturo, conosciuto. E poi ci sono sfumature di verde, trasparente, tropicale, come macchie sul leopardo dell'oceano.
Il mare mi ha sempre intimato l'arresto dei miei intenti. Perché imponderabile e immenso sottolinea la mia inutilità. Queste varianti non fanno che aumentare la severità del mio delineare spazi e confini ponderabili. Il mio oltremare lo scovo dentro.
Non lo guardo naufragare, in mezzo alle onde alte e indomite, non lo guardo allontanarsi, insieme a tutti quei perché.
Avevo promesso di dire qualcosa. Forse non so più cosa.
Il mare mi distrae. Mi aliena, mi trascina dove non potrei arrivare da sola.
Ed e' questo che più di ogni altra cosa mi irrita: non poter vedere la fine.
Sono brava solo a scegliere strade: esaminare bivi, diagnosticare in maniera netta una soluzione, scomoda e dolorosa, ma una soluzione. Sono brava quando vedo affondare l'obiettivo, prima di giungergli accanto e essere inghiottita, e spingo giù, per non farmi vincere.
E finora ho scelto sempre la boa. La sicurezza che galleggia c'e' sempre, ma corro il rischio di perdere il pesce più saporito dell'oceano.

venerdì 8 luglio 2011

La passeggiata dei non-sense

Racconterò di te, un giorno, quando non avrò più l'impeto di rinnegarti e accettero', malvolentieri, di aver sbagliato.
Racconterò di te, un giorno, quando con malizia avro' smesso di aspettare le tue scuse, quando non avro' più la sensazione di essere in credito.
Racconterò di te, un giorno, quando tutte le parole che ho composto finora diventeranno noiose e avro' da dire mille cose, tutte nuove, insolute.
Racconterò di te, un giorno, quando espierò la colpa dell'aver taciuto a me stessa errori grossolani e pericolosi, giochi volti al rilancio sulla quota a perdere della mia gioventu'.
Racconterò di te, un giorno, alle mie amiche, ai miei parenti, che sempre hanno trovato una motivazione valida alle mie scelte, seppur osteggiate perche' difficili, protratte più per loro che per me.
Racconterò di te, un giorno, con parole calde, indomite, come alla ricerca di un vocabolario di tentazioni non vissute.
Racconterò di te, un giorno, perché tu, amica nell'inganno, hai trovato sempre il modo di offendere la mia sensibilita' ed invece ho tenuto fede a quell'integrita che oggi mi invidi.
Racconterò di te, un giorno, senza giudicarti vuoto, falsamente denso, trascurabile, perché solitamente perdono chi non può volare perché ha paura di sentirsi leggero rischiando di cadere.
E racconterò anche di te, un giorno, Quando non avrò più tempo per raccontare altro, perché conti soltanto quando nient'altro ha una luce prioritaria da accendere.
Racconterò un giorno di questi miei gesti sprecati, di queste allusioni alla gente solubile in un buon caffè' e poco dopo, poco altro.
Racconterò dei miei pensieri un giorno.
E quel giorno che e' già un domani impaziente, sara' l'oggi del mio esaurire parole vacue come queste, senza senso, cacciatrici di libertà e di sogni.
Quel giorno faro' una passeggiata tra i miei impossibili ricordi.

sabato 11 giugno 2011

La recita dell'inetto

Scrivo delle lettere, fogli bianchi e grigi pieni zeppi di lettere trascritte confusamente.
Scrivo email, scrivo messaggi, scrivo tecnologicamente e incessantemente.
Scrivo chiaramente, senza peli sulla lingua, senza insicurezza.
Scrivo che scegliere non e' ritrovarsi in una condizione e fermarsi.
Ti scrivo, urlando. Userei il maiuscolo in ogni frase.

Perché tanto non mi ascolti. Guardi arrivare le tue parole nel contesto, ma non ti preoccupi che quel contesto sia anche il mio, non ti appendi al mondo delle idee comuni, ma ti rifugi in immensi silenzi, fintamente arrabbiati, profondamente spiazzati dalla mia cruda, schietta irriverenza.

Si, il mio grande problema, da sempre, e' l'irriverenza. Non sono capace di essere accondiscendente, non riesco in nessun modo a farmi passare sopra il naso l'inesatto, l'incompiuto, il parziale, l'approssimativo. E reagisco in barba alle formalità, fottendomene del buon costume,dell'arte che seduce e conduce, quindi scendo in guerra.

Perché diventa una guerra far rispettare il mio modo di ragionare. Diventa problematico gestire le domande chiuse e quelle retoriche, diventa scomodo proporre soluzioni di compromesso.

Sono la signorina Rambo, Vecchioni lo scrive e mi ritrovo in buona parte della sua poesia, e' terribilmente sconsigliato confrontarsi con una donna che fa a botte come un uomo per difendersi. Faccio a botte con l'orgoglio maschile, quello paterno, fraterno, compagno. quell'orgoglio che non permette d'annunciare l'inconsistenza.

Provo disgusto profondo per il maschilismo permeante dei pensieri maschili, ammetto che a volte anche per quelli femminili, questi sono i casi peggiori. Esistono espressioni di questo modo di fare raccapriccianti, incredibili.
Esistono soprattutto nelle donne.
Nelle madri che giustificano i figli irrispettosi, assegnando alle mogli e alle compagne il tristissimo ruolo di madri, educatrici dei loro figli e di quelli che hanno sposato.

Sono scomoda, lo sanno tutti. Sono quella goccia che buchera' la pietra. Lo premetto: non sono per tutti. Questa non e' semplice presunzione, e' una peggiore autostima radicata e menefreghista. Non puoi usarmi, non puoi mettermi a tacere, non puoi provare a fare e disfare la tua vita, a correre, a mancare e poi ad esserci, non puoi farmi pensare di essere parziale, temporalmente ridimensionata, ubicata nel tempo libero. Non ti lascio lo spazio per crederti imprescindibile e non ti concedo l'esclusiva. Eppure capita comunque: la mediocrità scambia la mia passione nel dimostrare le mie ragioni, la veridicità dei miei pensieri, per rabbia, per ambigua disapprovazione nel diverso da me e non si accorge, ne mai si interroga, se ogni parola che sento pronunziare diventa un insulto, una patetica recita, una paraculata.
La fuga.
Concepire l'opposto per il mero piacere dell'opporsi, per il solo gusto di storcere la linearità, per riempire di ornamenti la sostanzialità.
La parata delle insicurezze mascherate da incertezze, speranze travestite da progetti.

La mia e' Spregiudicata insofferenza per la recita dell'inetto.
Non serve esercitarsi in questo teatrino.
Siate severi con voi stessi, punite ogni tanto la vostra insufficienza.
Arriverete più in alto, le vostre autocritiche saranno la chiave del vostro successo.

Ma sono pensieri colpevoli di fantasia: la volpe che non arriva all'uva dice che e' marcia. E' storia. Questo non cambierà. E il mio sentirmi di tanto in tanto incompresa sara' come andare dal parrucchiere, nella norma.

Smetterò di essere questa, cambierò.
E quando sarò diversa, avvertitemi, avrò smesso la ricerca dell'uomo più uomo di me.
La battaglia allora sara' finita, finalmente saremo pari.

Perché affermarsi interiormente donna per tutta la vita non conviene: tanta fatica per esser additata come sognatrice e non esser mai creduta.
Quasi fosse una colpa.

giovedì 26 maggio 2011

Io ti sono dentro

E ti rincontrerò, più forte di prima, più caparbio, più tenace.
Ci rivedremo presto, senza quei numeri e quei cognomi da intercettare per vederti.
Ti rincorro ogni giorno, ad orari scomodi, con una fretta insolita per poi mangiare le lancette cn gli occhi, per vedere finire questi giorni, infiniti. In tutti gli attimi soffio il mio pensiero verso te. Per infonderti coraggio, oggi più di ieri, per vincere la mia paura e per vincere anche la tua.
Ti sento soffrire, dubitare dell'esito di ogni esame, ti sento vacillare e poi ricrederti, perché questa e' la tua natura, cinica e al contempo speranzosa.
Noi malamente ci fidiamo di noi stessi, come poter superare l'incognita fiducia nel prossimo?

E tutte le notti prego, come mai la mia fede si e' spremuta. E tutti i giorni mi rimprovero, perché forse avrei dovuto farlo di più. La scienza ha salvato cio che di te era malconcio, sfruttato, calpestato e la Sua mano ti ha sorretto, lungo questo calvario.

Oggi ti tengo qui, stretto nella mia mano, come un pulcino affamato e stanco, vorrei proteggerti ma non so nemmeno come toccarti. L'impotenza assoluta di fronte alla natura.
L'impotenza assoluta di fronte agli acciacchi, di fronte ai dolorosi percorsi di resurrezione.

Ma noi siamo qui, ad attenderti. E ti aspetteremo per tutto il tempo che occorre.
La tua vita l'avevi buttata giu, dentro una clessidra, a scadenza. E tutto perché la schiavitù di un vizio, banale, ti ha rubato la forza di opporti, lo stress lo hai nascosto e vomitato in quei filtri, maleodoranti e piccoli, forse quanto un'arteria.
Questa vita, cosi giovane ancora, ha bisogno di un cambio marcia. Metti la quinta papa'.
Speriamo di averla trasformata in un viaggio, pari a quello nostro, lungo e pieno di imprevisti, ma con obiettivi, progettualita'.

Mi manchi. E tutte queste parole, papa', sono il mio antistress, perché non so a chi e come dire quanto mi sento mutilata e smarrita. Ma ci vediamo presto, so che e' una questione di tempo. Tu devi lottare, pregare, lottare e pregare ancora, spingere questi giorni avanti, perché passino. E passeranno bene.

Noi siamo sempre insieme. Non esiste distanza. Io ti sono dentro.

Combatti e vinci papa'.

Metto da parte ogni busta di ogni lettera, metto accanto alla scrivania la copia di ogni bolletta, perché so che vorrai vederle, vorrai accertarti che tutto scorra positivamente. E nella tua scrivania sposto queste montagne di scartoffie perché il tuo disordine confuso e ingovernabile mi manca, e mi manca il rimprovero puntuale che ti rivolgo per questo motivo.



Oggi papa' devi vincere il disordine che la vita ti ha imposto, ti sei preso gioco di tante cose, delle fatalità, delle casualità, delle improbabilità. E' questo il tuo modo d'essere, la tua sfida e' giunta.
Oggi la vita ci ha chiesto un passo in avanti, ci ha chiesto coraggio.
E non possiamo mancare, non possiamo cedere allo spavento, al dolore e allo sconforto.

Siamo ancora qua, vicini, insieme, tutti dentro di te. Vinci papa'. Tu puoi.

mercoledì 11 maggio 2011

Il mio più grande Lui

E ti capita d'improvviso che una sera ti raccogli in un silenzio sconfitto da mille angosce, quasi a presagire una brutta sorpresa.
Dormi male, sei stanca quando ti risvegli, senti già che la giornata si farà dura. Ma forse confondi tutto questo con l'ipertensione solita.

Poi una chiamata, anomala, fuori orario, sopraggiunge in quella mattina calda e con sospetto alzi quella cornetta consapevole di un rischio.

Mia madre dice qualcosa per non farmi preoccupare e mi esorta ad uscire per fare una visita medica, ma io so già che quelle parole pronunciate rapidamente e senza peso sono lontane dall'accaduto reale e sono rappresentazione di una finta pacatezza legata al costante fardello che ci portiamo dietro, che pesa come un macigno, ed è quella sensazione che qualcosa vada storto, in lui.

E d'un tratto arrivo in un centro medico, affollato. Mio padre ha un viso poco rassicurante, resto convinta che qualcosa stia per succedere. In poco meno di un'ora tutto si schiarisce, lo lascio in piedi e lo trovo sdraiato su un lettino, pronto a fare qualche esame specifico. Ischemia, infarto, miocardio, elettrocardiogramma, ventricolo, contrattilità, enzimi. Comincia il fiume di parole che mi investono veloci e pungenti. Taglienti come coltelli.
E non so ancora cosa sta succedendo. Quel medico è infastidito dalle mie domande e mi risponde che "abbiamo un'ora". Ma di cosa parla non ho idea.

Poi un esame pericoloso, affrontato come una radiografia, nell'inconsapevolezza del rischio più grande. Mi parla di sopravvivenza, mi parla di situazione compromessa, mi parla di coronarie pessime, mi parla di tante cose questo medico che io non comprendo e me le dice tutte in una volta, facendomi intendere che non resta molto tempo per intervenire.

"Intervenire esattamente in cosa? Intervenite allora se così è."
Permessi, testimoni ai permessi, abbracci da gente sconosciuta e mai vista.
Mi sembra un film. Uno di quelli che ho visto con il nodo in gola, con le lacrime accovacciate sui pensieri più insicuri e che mi son sempre augurata finisse per il meglio.

Ora questo film lo sto vivendo io, gli attori siamo noi. E non è poi tanto un film perchè quelle lacrime raccolte ad un certo punto sgorgano come se fossero fontana d'amore e non c'è spazio per nessuno in quell'istante.

Mi inginocchio in un asfalto bollente. Chiamo tutti, dall'amico fraterno, al fidanzato, lontano, e poi mio fratello, nell'altro continente.
Gli chiedo di correre, di prendere un dannato aereo, il primo e di venire qui ad abbracciare suo padre, perchè ora più che mai la presenza dev'essere ossessiva.
E in ginocchio continuo ad urlare come se avessi una spada conficcata in petto, un dolore inestimabile, un senso angosciante di paura, di impotenza, di stasi e di contemporanea imprevedibilità dei fatti.
In ginocchio invoco Dio, la sua grande potenza, perchè mi aiuti a sostenere questo rischio, perchè mi aiuti a sorreggere qualunque assenza e perchè soprattutto accompagni in questo viaggio ignoto Lui.
Il mio più grande Lui.

E si risveglia, sereno come se fosse stato dal droghiere a prendere le gomme.
Inconsapevole.

Poi sta qualche giorno in una sala vuota, da solo, a contemplare le milioni di sigarette che gli hanno prosciugato l'aria dai polmoni, poi i colori dalla retina ed anche il sangue dal cuore.
Suona di tanto in tanto un monitor, ci sono dei cavi strani tutti intorno a lui, ma continua a sostenere che sia tutto normalissimo e che sia pronto a rialzarsi. Peccato che la sua visione sia frutto di fantascienza.

In quel reparto, ci trasformavamo in aspiranti chirurghi.
Vestiti d'azzurro con cuffie buffe in testa. Gonfi ed impettiti, alimentati da buoni propositi e speranze, andavamo lì a far una visita di mezz'ora, e poi un'altra mezz'ora rubata, a dire che tutto andava per il meglio.
Quel tutto che continuo a ripetere, per me non è altro che lui.

Adesso sembra che la degenza stia trascorrendo in modo positivo.
Sono morta e rinata in un solo giorno.

Ci vorranno tre bypass, così i medici si sono espressi. Ma non dobbiamo allarmarci. Ci dicono che ormai questi sono interventi di routine e non si corre nessun rischio in più di un qualunque intervento. Penso sia un modo gentile e affettuoso per ammortizzare il terrore. Eppure, nonostante e comunque io temo. E voglio il meglio per questo cuore così maltrattato.
Lui, più di tutti noi, si merita il meglio.

Mancano 13 giorni a questo intervento. E mi affido a Dio.
La sua mano non mi farà attendere. E lo terrà stretto a questo nostro amore.
A questa vita. A questi sorrisi che io so, e che solo io so, quanto riempiano.

E mi appello a tutte le assenze, a quelle rimproverate, mal gestite, a quelle speranze mal riposte che oggi vengono riesumate alla resa dei conti.
In questo istante, per la prima volta, imploro il sostegno.
E non ne ho mai avuto bisogno. Non è orgoglio nè presunzione.

A quelle sensazioni, a quegli amori, a quelle amicizie, a quelle conoscenze, a quelle risate e a quei pianti, a quegli abbracci chiedo di sorreggermi.
Chiedo una pacca sulle spalle, chiedo un sorriso, chiedo un caffè e un aperitivo, chiedo un cinema, la tv in tarda serata, anche se poi alla fine mi negherò a tutti.
Perchè voglio immaginarci abbracciati insieme, presenti, uniti in questo momento duro, per valorizzare il senso dell'appartenersi.

Perchè questo è il senso dell'amore: esserci a prescindere, starci dentro a questo sentimento ogni giorno, stabilirne una priorità, liberarsi dalle catene della vita quotidiana e stringersi alle persone che s'amano. Esserci soprattutto quando si chiede di esserci. E non andrebbe nemmeno chiesto.

E' ancora mio padre a farmi intendere il valore delle cose e delle persone. E' sempre lui che mi salva. Certe riflessioni forse dovrei cominciare a farle in salute e non colma d'apprensione in situazioni disagiate.
Il mio amore per lui non ha confini. Il suo altrettanto.
Da lì in poi, col mondo intero, c'è un abisso.
Involontariamente mi ha aperto gli occhi sul valore del tempo che passa.
Sul peso delle persone, sul loro valore intrinseco. Su quella gente che ha trascorso del tempo con me, ma forse soltanto resti del proprio tempo libero.

E non ha diviso il meglio di sé. Non me lo ha regalato, nè per amore, nè per passione. Nemmeno oggi, di fronte a un disarmante senso di appartenza familiare, evidentemente non corrisposto.

Davanti a tutti, in questo spazio personale ma non troppo intimo, esprimo con fermezza il senso di estraneità e di rabbia nei confronti di chi non ha il mio stesso senso della vita.
Per questo, il mio darmi è concluso.
Oggi tutto può attendermi.

Non è una critica, non è un segnale, non è che pura riflessione.
Il tempo guarirà le mie ferite e farà tutto il resto.

Questo mese l'ho trascorso nell'assenza. Nella fugacità della vita, nelle apparizioni forzate, nell'emergenza affrontata con rilassatezza, come se persino l'emergenza fosse un impegno.

E si delinea l'assenza assoluta. In un silenzio impertinente.
L'insoddisfazione. L'inadeguatezza. La noncuranza. L'inadempienza.

Ho capito chi resta, ho snocciolato il segreto della parola "sacrificio": difficoltà, fatica, ostacolo, limite, ostruzione, il soffocamento dominato. Il sacrificio è l'abnegazione del proprio io, lo sfinimento vinto con l'amore.

Certe battaglie si vincono solo così, di presenza.
Così ho riscoperto la fede.
Perchè Lui c'è sempre.
Ho prova di chi ama, davvero, come desidero.

E quella persona sono soltanto io.

venerdì 15 aprile 2011

In una serata imprevista

Comincio toccandomi i capelli. Una volta, due, tre. Di seguito senza fermarmi, provo l'irrefrenabile esigenza di spettinarmi quasi, assentandomi.
Poi mi accorgo che i commensali mi guardano, curiosi, naturalmente sorpresi.
Non è da galateo.
Comincio a guardare il mio abito, penso sia troppo corto, ma no...
É un palloncino. E' normale che si accorci da seduta.
Stai tranquilla, non sei inopportuna.


Poi mi guardo intorno. La discussione sembra interessante. Annuisco prima a destra, poi a sinistra, anche di fronte, ma nessun argomento lo seguo per bene perchè la testa va altrove. Oltre il mare.

Mi chiedono il prezzo di una stanza, che studi faccio, che lavoro faccio e quanto peso. No scherzo, quello no. Soltanto un'adeguata e cordiale presentazione.
E parlo anche di tennis.


Poi il tipo accanto fa una sorta di complimento mal riuscito alla mia amica. Lei ne sfugge, garbata e netta.
Anche lei sembra presente, ma non lo é; pensa a quando quella voce, tra qualche minuto, le scalderà l'anima. E dei presenti, nessuno avrà più importanza.


Il cameriere interviene disturbato dal dolce andato a male denunciato, mi imprime con forza la sua opinione, dopo che con immenso sacrificio l'ho anche mangiato, per non fare la scortese. Ma era veramente orribile. Può darsi che stanotte faccia compagnia al lavandino, tra un rigurgito e l'altro.
E devo ringraziare il commensale curioso del mio dolce, affinché il supplizio finisse. Non ero l'unica dai gusti pertinenti.

Poi lei, la faccia più gioiosa mai conosciuta, che intrattiene più commensali contemporaneamente e distrattamente, capace di guardare a destra, parlare con chi le sta di fronte, e far gesti intervallando la discussione a qualcuno seduto a lato, inventandosi uno scherzo.
Il multitasking dello spirito.

E torno a toccarmi i capelli, accarenzandone lentamente le radici, per stimolare l'immaginazione ed inventarmi, in questa carrellata di sguardi non manifesti, una storia che mi rimanga stretta, piacevole e familiare.
E poi un ricordo di quanto conta un bicchiere di vino in mezzo a pochi amici e molti amabili sconosciuti.
In una serata imprevista.
Di uno sguardo, si fa una storia.
Manco l'avessi bevuto tutto 'sto bicchiere.

mercoledì 13 aprile 2011

Esserci senza accorgersi

"Mi piaci quando taci perchè sei come assente, distante e dolorosa come se fossi morta".
Neruda scrive una poesia e reitera un sentimento fino a farlo diventare assoluto.
Stringe a sé un concetto molto autentico, il sapore dell'esserci nell'assenza, il successo del silenzio nella distanza. L'appartenenza.

Questa citazione la rievoco spesso, riempie i miei pensieri quando cadono in solitudine, non tanto per la negatività che si evince, quanto perché antepone l'orgoglio di piacersi, interiormente, profondamente e silenziosamente a quello del dirimere ogni incanto nel dolore, nella morte. Nell'assoluto nulla.
Perché dopo non c'è niente.
Perchè se perdi questo slancio, poi, non ti resta che riempirti di te.

Sì, perché questo piacersi, questo appartenersi, questo dirigere emozioni nella distanza, nella non palese dimostrazione di alcunché, ha qualcosa di mistico, di particolare.
Sebbene esista persino l'estremo opposto. Chi alimenta un silenzio, forte e duraturo perchè non ha null'altro che il suo silenzio. In se stesso stima semplicemente il suo esistere, creatura egoista, compiacimento puro del vuoto.

Ricordo ancora altri versi di questa poesia e non son degna di rappresentarla, ma creo nella mia mente lo specchio di quella dichiarazione: "distante e dolorosa come se fossi morta". E d'improvviso torno al capoverso quando dice "Mi piaci quando taci" e lo ripete, tante volte, come se non fosse abbastanza certa, lei, di quanto piacere ci sia nel mero esserci per l'altro. Perché è tutto lì il senso, perchè là si nasconde il mistero, perché mi piace persino il tuo silenzio, il tuo non esprimerti. Semplicemente esisti.
Quale sentire è più forte di questo? 
Quando non esprimi, nè in una parola, nè in uno sguardo, nè in una lettera, nè in una poesia, t'amo.
Persino in tua assenza, t'amo.

Nel silenzio più ruvido, più impervio, più ostile, nasce l'amore incondizionato; quel sentire pericoloso, coraggioso, incosciente, che non ha bisogno di stimoli, manifestazioni, spiegazioni. Esiste. A prescindere.

Quel piacersi senza dirsi nulla. Quell'esprimersi senza fiato. Coi respiri dell'assenza.
Ed è una di quelle condizioni così rare e così pericolose che farebbero bene, gli umani, a non esser tratti in inganno, nel concedersi a silenzi vuoti.

Bisogna lasciar spazio ai silenzi colmi, agli sguardi distanti, alle consapevolezze mute.
Perchè dirsi, dirsi, dirsi tutto non paga. Non svela e non protegge. Non arricchisce.
Perdersi piuttosto in quell'oblio chiamato onniscenza.
Perdersi e fidarsi.
Se soltanto tutti fossero capaci di esserci. E non accorgersi di nient'altro.

mercoledì 6 aprile 2011

Lettera aperta da donna a donna

E' di te che parlo oggi e spero di farlo in maniera dura ma rispettosa.
Te che non hai conoscenza di me, quasi alcuna, e io di te altrettanta.

Di te, che sei nella mia memoria grazie ai vent'anni che col tuo compagno io ho diviso, in un'amicizia mai invadente, discreta, fatta di piccole cose e di poche parole. Un'amicizia "normale", "semplice", non di quelle appiccicose ed esclusive, fuori contesto, ma che implica una riflessione, mi esorta ad interrogarmi su un pezzo della sua vita. Te che ci sei sempre stata, nelle sue parole, nelle sue decisioni, nelle sue percezioni e che oggi sembri essere scomparsa, quasi nel nulla, inghiottita da un'improvvisa infantilità.

Io non ho certo le parole giuste, non ho nemmeno alcun diritto al giudizio, non ho forse la dimensione adatta della situazione, ma ho sempre la presunzione di nutrire pensieri pertinenti, schietti e soprattutto leali.

Leali perchè provo ad immedesimarmi con onestà. Tante volte ho provato in diverse circostanze sentimenti contrastanti. Opposti e frastornanti. Ti dedico questi pensieri leali con sincerità d'intento, senza presunte manie di grandezza o superiorità, nè mi permetterei mai di sindacare sulle scelte altrui o di cambiarle, perchè forse sarebbe peggio tornare indietro. Però un paio di appunti ce li ho. E sarò dura.

Innamorarsi di qualcuno è lecito. Smettere d'amare lo è altrettanto. Mentire per salvarsi no. E' sporco.
Inizio così la mia arringa perchè penso che la tua intelligenza superi le formalità di un prologo amorevole.
Ho la presunzione di capire molte donne, ho anche la presunzione di non dimostrare affezione o interesse per nessuna delle conoscenti che frequento ed è una difesa più che un atteggiamento distante, ho anche la presunzione di giudicarle spesso per la loro inadeguatezza. Perchè a troppe non somiglio affatto.
Ma sono anche io una giovane donna, come loro, ho sbagliato e continuerò a sbagliare miseramente, sentendomi per prima io inadeguata, pentendomi di alcune scelte, o delle modalità di azione nel fronteggiarle e lasciandomi alle spalle il giudizio altrui. Ma con molto orgoglio ho troncato, con molta severità ho abbandonato, ho ceduto a ritorni di fiamma fittizi, ho tradito faccia a faccia, senza pudore, per inseguire un'adrenalinica sensazione e con molta rigidità ho giudicato passato chi passato ancora non era, ho sfruttato sintonie fisiche, alchimie psicologiche, ho spremuto a fondo intese mentali con l'altro sesso per trarne beneficio, senza alcuna tenerezza,  ma in tutto questo non mi sono mai permessa di giocare sul filo della bugia "bianca". Quella detta per non infierire ancora. Quella inutile. Illusoria e cattiva. Quella perbenista, quella che sa di crudeltà perchè nasce dentro chi è più avulso dal sentimento.
Forse la mia schiettezza e la mia noncuranza per ciò che è eticamente condivisibile, sono state le motivazioni più importanti della fine delle mie storie più importanti. E sono spesso le motivazioni che spingono tante donne a incorrere in grossi errori di valutazione. Io come tante altre. Niente di più. Per questo non voglio che tu mi legga con malizia e con sospetto perchè io mi considero esattamente prevedibile come tante altre.

Però tu hai fatto di più. Non si tratta di illudere qualcuno fingendo che tutto sia tornato, dopo la tempesta, quieto. In un amore finto, fragile e costruito appositamente per il terrore di perderlo, alimentato da un'abitudine, forse, da una convinzione, da una sceneggiatura scritta molto bene da chissà quanto.
Qui, l'assurdità della faccenda si incastra fortemente col sapore dell'inaspettato. Della sorpresa assoluta. Dell'assenza di una crisi, di una lite, di una noia manifesta. Qui si tratta di non mostrare in nessun luogo, in nessun modo, in nessun istante quel distacco utile a costruirsi una vita parallela. Qui si sta parlando di chi un giorno prima sventola "amore", fa progetti di convivenza, organizza il suo tempo in virtù di una persona e di un legame che può muoversi, lasciare la propria origine e le proprie sicurezze nella quotidianità e il giorno dopo misteriosamente spostarsi. Far crollare tutto, smettere d'amare. Come se fosse un interruttore in cui tramite "ON e OFF" si può decidere cosa fare di una vita. E compare un'altra persona, pronta a iniziare un'altra avventura con un eccelso sconosciuto.

Tu, che sempre hai dimostrato lucida riflessione in quasi tutto ciò che hai fatto, tu che hai superato distanze incolmabili.Tu che oggi strumentalizzi un abbandono, svestendo di dignità una storia e continuando a mentire. Senza motivo.

E ti affidi, al futuro, all'inconsapevolezza, all'incoscienza: l'inatteso sconosciuto che, non soltanto non conoscerà la tua evoluzione, non ha idea di chi sei stata, per di più molto probabilmente non ha idea di chi tu sia oggi. Ma non escludo che domani avrete tanto in comune. In questi casi mai darsi per scontati.

E ti auguro di trovare ciò che stai cercando. Questa rivoluzione interiore che hai smesso di rincorrere tra le pareti di casa tua, tra le persone care, tra le tue reminiscenze e rincorri oggi verso l'ignoto. Questo ignoto che sbuca via dai tuoi affari passati, a cui non devi rispondere dei tuoi fallimenti, a cui non devi rispondere delle tue insicurezze, per cui non devi litigare per disattese previsioni, per cui non devi ostentare certezze.
Perchè non potrà superarti nella coscienza di te stessa. Perchè sarà comodo affidarsi a chi non può sindacare sul tuo operato e perchè ti sosterrà anche negli errori, talmente poca ha considerazione del tuo essere.

Perchè quando si sbaglia e si è amati davvero si punisce. Ci si invita a risorgere e a reinventarsi. Si è severi. Si è impositivi. Si freme per giungere a destinazione. Perchè chi ha delle doti non può lasciarle assopire nella pigrizia e nella viltà. Perchè chi possiede capacità deve combattere. Non può scappare.

Non si sta con le mani in mano aspettando una novità. Non si sta a casa, chiusi in una finta insoddisfazione aspettando l'ignoto che ti scuota. Perchè niente sarà mai abbastanza ignoto se ad ogni passo fuori dal seminato ci si sorprende.

La scossa arriva quando riconosci che ciò che possiedi è ciò che di meglio puoi desiderare. Quella è la vera grande sorpresa.Fin quando questa condizione non la realizzi, sarai sempre insoddisfatta, annoiata, spenta.
Ed è inutile fuggire dal certo per l'incerto. E' questione di tempo. Prima o poi, dentro te, rinascerà quella sensazione. Non motivare così la tua fuga. Non la contestualizzare in una relazione vuota. Dalle una motivazione degna.

Spiega piuttosto che persino questa decisione, così netta, sproporzionata agli occhi di tutti, ha una sua logica, ha una storia e sebbene sia scomoda e spiacevole ha una sua spiegazione.

L'amore non muore d'improvviso.
Penso di poter dire che questo sentimento, così viscerale, nasce e muore inspiegabilmente. Non ha motivazione logica, non ha un'evoluzione razionale. Ma nessuna delle due fasi, la nascita e la morte di questo sentimento, sono "improvvise". MAI.
Sono le bugie, le ignobili mezze verità, gli inspiegabili silenzi, la facilità nel concedersi che dimostrano quanto tempo prima sia nato il dubbio, quanto tempo prima si sia scatenato il meccanismo dell'abbandono.
E' finito il tuo amore, e può finire a chiunque. Non sarai la nostra lettera scarlatta. Nasce e muore in tutti, tante volte risorge e si ricostruisce. L'amore per se stessi è già più complicato.
Però sii onesta fino in fondo, dì le cose come stanno, dì che hai smesso d'amare.
Non giustificarti, questa è parte della natura malvagia. Non lasciare aspre speranze. Aride ipotesi.
Dillo. Lascialo libero d'amare ancora. Lascialo libero di aspettarsi di più dalla vita.
Lascialo consapevole di spendersi per altri. Lascialo andare. Non legarlo a te con queste bugie per risparmiare infantili gelosie. Tra un mese, o tra due, sarete pari.
Nella vita la verità paga. E l'onestà è una cosa che si ha o non si ha.
Non si paventa. Perchè poi arriva l'attimo in cui la si deve dimostrare chiaramente.
Esci l'orgoglio d'essere un essere pensante. Escitene con dignità.
Perchè tutti conosciamo le tue grandi qualità morali, le tue grandi capacità.
E non puoi deluderci persino qui, dove la cosa più semplice è dire la verità.

Questa è una lettera aperta ad una donna che non conosco bene, che mi sarebbe piaciuto conoscere meglio perchè forse le avrei potuto dare una pacca sulla spalla quando la negatività ha preso possesso di qualche suo pensiero.
Questa è una lettera rivolta ad una donna intelligente, che non prendo con grazia e gentilezza ma con estremo senso pratico, perchè so che lei in questo primeggiava.
E so che la sua perspicacia saprà decifrare la storia che sto raccontando. E non la strumentalizzerà. Saprà cogliere l'affetto e la lealtà di tutte le parole. Di questi pensieri sinceri e arrabbiati.

Con affetto. Buona vita.

martedì 29 marzo 2011

La rabbia come medicina

Oggi sono arrabbiata. Arrabbiata un po' con me stessa, un po' con voi. Sì, con voi, i compagni di viaggio. Gli amici, i parenti, i conoscenti, gli amori. Sì, decisamente voi che perdete tanto tempo nel descrivere voi stessi, che perdete tanto tempo nell'autodefinirvi. Sì, voi. Sì, voi, che avete una vita, che la state percorrendo, la riempite di mille cose, tutte importanti. Sì, voi, che non vi soffermate nemmeno a guardarvi indietro. Sì, voi, che presumete e non testate. Sì, voi, che avete detto e fatto chissà quanto per me.
Sì, ho rabbia perchè c'è chi conosce troppe parole e le usa in modo sproporzionato e spropositato in virtù di un limite che il mio modo d'essere esprime. Sì, voi, spettatori di questa frustrazione, di quest'ansia, sì voi, che non potete e non potrete mai far nulla per tutta questa me stessa che trabocca. E non sa più dove versarsi.
Sono arrabbiata, perchè gli ormoni decidono il colore delle mie guance, perchè gli ormoni decidono il colore dei miei pianti, perchè gli ormoni mi impegnano e mi orientano. Sono arrabbiata perchè subisco una discriminazione, dalla colazione in poi.
Sono inviperita, inaridita, inzuppata di cicuta, perchè un amore m'è costato quasi quanto una casa, per poi finire nella memoria di un uomo, un poveraccio, che scambia fedi in onore del passaporto europeo. Sono arrabbiata perchè tante amicizie son finite nel dimenticatoio, non sono state coltivate, approfondite, spulciate. E questo per pigrizia, diffidenza, distanza e soprattutto indifferenza.
Sono arrabbiata perchè avevo un mentore al liceo che mi apriva la mente su ogni alito di attualità: oggi sono da sola ad affrontare la melma che ci circonda. E quando la analizzo, spesso finisco col confondermi e persuadermi delle falsità.
Sono arrabbiata perchè vorrei non essere siciliana, ma soprattutto italiana.
Per non dover aver paura, non dover temere, non dover "resistere".
Sono arrabbiata perchè poi diventa patriottismo, è un orgoglio siciliano e italiano il solo fatto di "resistere" a tutta la putrida storia di questa regione e di questa nazione.
Che fatica poi, smettere di arrabbiarsi, assopirsi. Ci provo tutte le volte.

Sono arrabbiata perchè tanta gente torna dalla propria famiglia, stanca, dissoluta, esanime e racconta parzialmente la giornata, lamentandosi di quanto tempo abbia sprecato dietro qualcosa dai dubbi risultati.
Demotivando, spegnendo ogni stimolo. Avendo come unico supporto a questo trascinare, come sciacalli, pesi morti, il brillio di sè stessi. Narcisi destinati alla morte, come tutti, ma con una caratteristica in più: sembrano quasi consapevoli, volendo per sé stessi questo stacco dalla vita, chissà quante volte ne lamentano la complessità negli affari in cui loro stessi scelgono di soffocarsi. Eppure il piacere di lamentarsi persiste. Credo a questo punto sia il loro più accreditato palliativo: dare un senso a tutto quello in cui risultano assenti.
Carcasse vanitose.
Ecco la mia rabbia come medicina. Se mi incazzo con questo modo d'essere, m'incazzo con la mia giornata in generale. Con le persone. Evito di apprendere qualcosa da loro.
E proseguo sulla mia via, impertinente e strafottente. Perchè io tutto questo lo so già.
Preferisco evitare di somigliare.
Carcassa superba.

mercoledì 23 marzo 2011

I dolori atroci son pensati per chi resta

L'altro giorno ero ad un funerale. Io che i funerali li evito come se fossi Baggio coi dribbling in area. Non certo per la non affezione, quanto per la somatizzazione ai dolori atroci della perdita di un caro che, sempre, dico sempre, li patisco, come se fossero miei.

L'altro giorno quel dolore era anche un po' mio. Perchè si sa che i dolori più atroci li subiscono coloro che restano, non quelli che vanno a miglior vita.

Era mio perchè ho vissuto dinamiche familiari, affini; era mio perchè ho contraddistinto l'umanità di quella persona a caratteri netti; era mio  perchè ho percepito l'aurea, l'energia, i ricordi, i litigi e le riunioni di quel contesto e li ho percepiti come se ci fossi io chiusa in quel buio soffitto che si chiama "abbandono".

Quando un dolore così investe, come un treno deragliato, un amico, uno di quelli "speciali", coi quali non sempre occorre parlare, non sempre occorre scherzare e non per forza per smorzare, coi quali hai condiviso anche situazioni personali, delicate, spinose, quel dolore, quel patire è per un pezzo anche il tuo.
Perchè l'amore durante l'abbandono colpisce tutti. Perchè l'amore durante la morte distrugge le anime più forti. Perchè l'amore di un'infanzia incosciente ti paralizza.
Quando un dolore così potente, così improvviso, così scatenato riesce a scompigliarti la vita, arrovellarla di pensieri sul futuro che non sai come andrà, quando un dolore riesce a lasciarti quasi inerme, inconsapevole ed impassibile, quando un dolore non sa che dire, non sa come abbracciare per condividere, non sa cosa esprimere, è un dolore viscerale.
E' un dolore che ti disturba, ti distoglie da tutto.

E' un dolore che è solo per i vivi, quelli che restano e per tante ragioni devono restare.
E' un dolore che non ha parole nè suoni. Ma ingoia tutti. Grandi e piccoli.
E' un dolore che tutte queste parole si limitano a disegnare l'assurdo.
Perchè la morte è il lato assurdo e paradossale della vita.

E spesso non si capisce perchè bisogna patirli se poi ne resta niente di noi.

Poi guardo gli occhi dei bimbi e capisco che il nostro percorrere questo sentiero assurdo di vita, contraddittorio e atroce, serve a loro. A quello che verrà. A tutti i bimbi che hanno un sorriso per noi; ci dispensano con il loro coraggio, la loro forza d'animo.
Perchè sorrideranno ancora e ancora con innocenza e impavidi di fronte alla fine.
Per chissà ancora quante volte. E da lì ricomincerò.

giovedì 10 febbraio 2011

Frastornatamente e i traguardi delle maratone

Ho composto questa parola, inesistente, per descrivere uno stato di confusione che supera la normale confusione. E' una confusione mista tra ansia, panico, incanto e disincanto, disperazione e speranza. Ecco cos'è il mio frastuono.

Frastornatamente è la mente frastornata, è la mente attonita, ferma e convulsa al tempo stesso, è la mente distratta dalla paura. La paura è difficile spiegarla. Come è altrettanto difficile spiegare il coraggio. Anche perchè quest'ultimo è raro.
La paura è frastornante, soprattutto quando pensi di dividerla, condividerla, spezzarla, ed invece la senti addosso pesante, come se da sola stessi valicando il K2 e t'è finita l'acqua, fa un freddo cane, la circolazione è flebile.

Partiamo da lontano: la paura nasce da una corsa.
E quando corri, la fatica, la distanza, i battiti accelerati, ti danno un senso di instabilità, sfiducia, disdetta e sconforto dettato dall'ecumenica incomprensione del traguardo.
Quando e quanto ti riempirà raggiungerlo?

Chi non comprende l'esigenza di esserci in quell'esatto momento, non può essere un tuo "fidato". Chi non comprende l'angoscia dell'essere "minima" parte di una vita, "minima" parte di un ricordo, "minima" parte di tempo, non può sapere cosa sia vivere il tutto, vivere il completo, vivere una simbiosi. Vivere un traguardo.

Chi corre apprezzando la corsa più del traguardo, non può sognare il traguardo. Chi corre pensando di giungere, può anche non giungere mai e continuare a correre, sperperando energie, amori, ricordi, vite, e non lasciare mai un segno del suo passaggio. Girovagando intorno alle mete, facendo la maratona di resistenza al traguardo.
La circumnavigazione del non arrivo, il protrarsi inutile di uno sforzo non imposto.
Chi corre e s'affatica vuol dire che vuole giungere. Perchè il suo traguardo esiste, è tangibile, corporeo e non è il mero esercizio delle abilità che esistono nella corsa.
Chi corre e si arrende significa che ha corso troppo e correndo ha perso voglia, oppure si è abituato ad una corsa comoda, di defaticamento.
Chi corre e si ferma, significa che ha capito che correndo a lungo sprechi solo energie e che ciò che conta non è tanto raggiungere qualcosa ma sapere che c'è qualcosa da raggiungere.
Chi corre e non pensa a quando giungerà è un egoista. E' un narcisista. Fa esercizio del suo fisico, della sua potenza, del suo corpo, per ridere e deridere della fatica altrui.
Pensa solo a correre riempiendo le sue giornate di traguardi irrisori, minimi, cosicchè possa essere facile esser contenti di sé stessi, nell'oggi immediato. Basta così poco.

Io penso di aver corso ultimamente moltissimo. Di aver anche sognato di correre e di non averlo fatto abbastanza. Perchè c'è chi mi fa sentire una maratoneta invecchiata.

Frastornatamente esiste. E lo dico con convinzione. Sarà un avverbio di modo.
Perchè questa maratona, questa corsa lunghissima io la vinco sempre a modo mio, giungo lì dove intendo giungere, perchè ho stima dei miei principi, ho stima dei miei tempi, ho stima delle mie confusioni, dei miei inizi e delle mie conclusioni, anche dei miei grandi limiti. Credo fermamente nel mio modo di correre e credo ancor di più di poter giungere.
Ci credo a prescindere dal fatto che lungo la corsa possa restare sola.
Ci credo perchè correre non presuppone compagnia.
Correre presuppone squadra, insieme, unione, non spettatori e applausi.

C'è sempre un filo che tiene insieme le mie maratone. Come c'è sempre una logica in ogni confusione. E sebbene la mia sia particolarmente arrovellata nel vuoto altrui, riesco sempre a correre ed a giungere.
Oggi ho anche voglia di correre insieme a qualcuno, ma raramente questo qualcuno si accorge che è tempo di giungere.

O meglio, nessuno si accorge quando sono troppo stanca di correre ed il traguardo è scomparso.

martedì 18 gennaio 2011

Do ut des casareccio

I Jalisse recitavano... "fiumi di parole, fiumi di parole fra noi, prima o poi ci portano via..." o qualcosa di simile. Non so nemmeno perchè ho pensato a questa canzone, ma m'è tornata in mente giusto quando chiudo il telefono, scoraggiata e scossa, ancora sommersa da parole disinteressate. Per poi chiudere i minuti a disposizione con stizza, per una frase di troppo, con un tono ingiusto, scorretto, con una parola travisata e poi subito vomitata.

Tutte le relazioni si dovrebbero fondare su un equilibrio di base: do ut des.
Mancando questo, di tanto in tanto, si creano situazioni dure, severe, punitive. Si ammalano di un virus spesso fatale, si intrecciano squilibri emozionali in vortici mortali, ci si imbatte in presuntuose intimità mentali per scoprire che tutto è finzione, o peggio ancora temporaneo.

Scopro così che tutto è in continua ripetizione. Scopro che nulla di tutto ciò mi offende. Mi sorprende. Mi spiazza. Nulla di tutto ciò è doloroso, è quasi il traguardo raggiunto. E' quasi la maschera strappata che tanto ho desiderato. E' una scena dissacrante, teatralmente rotta in un pianto disperato e consapevole.

Il buio purtroppo non conosce limite, nella sua oscurità nascono i suoni, gli odori, i colori. Il buio, la sconfitta, la paura, non hanno padrone, non dimorano nello stesso tempo, ma risiedono amichevolmente nello stesso spazio ed infettano interiormente chi intende cacciarli, spostarli, delocalizzarli. La loro sede è la tua incertezza.

I colori di una delusione e di un dolore non sono mai chiari e non sono mai scuri.
Sono netti e mai ripetuti. Irriconoscibili ai più.
Per questo, in tutti i rapporti nei quali scommetti molto di te, occorre una sana dose del tuo colore, e se è buio, che buio sia purché sia tu.
Senza finzione, senza compromessi, senza mediazioni, accompagnandosi di implacabile, ostico e indiscusso egoismo. Il "do ut des" deve divenire un altrettanto giusto "mors tua vita mea", quando il tuo colore per lui è trasparente.

Esiste un amore più grande, quello per sé stessi.

lunedì 17 gennaio 2011

Gli stagisti nella vita come me

Sono una stagista. Una tra tante.
Sono una stagista nella vita, tra gli amici, a lavoro, a casa mia.
Sono una stagista nei modi. Sono una stagista nei ritmi.
E con questo termine intendo sottolineare l'aspetto temporaneo e pressante nel quale un giovane si trova in un breve periodo della sua vita. E' una metafora.
Sì, sono una stagista soprattutto per lo stress così irrequieto al quale mi sottopongono, così privo di valvole di sfogo, come quando ti viene assegnato il compito di fotocopiare un libro e salti le pagine, sbagli pulsante di avvio della macchina e la spegni, strappi per errore qualche brandello. Ecco, sono una stagista perchè non ho quasi nessuna confidenza con la vittoria e la sconfitta. Non ho percezione dei traguardi.
Sono una stagista perchè mi stanno testando, più e più persone, in modo prematuro. Ma la cosa tragicomica è che non c'è in palio nessun posto di lavoro, non c'è in palio nessun premio, nessuna gratificazione. Nessun palco.
Sono una stagista perchè sembro imparare troppo velocemente, succhiare mestiere a tutti, intuendo dettagli, fornendo soluzioni prima che arrivino i problemi, ma sono soluzioni mai sponsorizzate, indebolite dalla diffidenza e noncuranza dell'altro.
A volte le soluzioni dei giovani rampanti tolgono peso e responsabilità a chi per anni ha accentrato su di sé ogni potere. Ed è un bene il confronto, lo scontro, la fuga e la rimpatriata. Perchè nessuno è indispensabile e tutti possono diventare utili.

Vorrei essere promossa e non perchè bramo posizione, riconoscimenti.
Vorrei sentirmi apprendista ma non stagista. Agli stagisti, è consuetudine lasciar imparare qualcosa direttamente sul campo, senza affidargli nessuna responsabilità.
Per questo è un compito temporaneo che può sfociare in qualcosa di più. Ma è una condizione di fretta, inconscia, tremore e instabilità forzata da chi sta sopra di te.

L'apprendista invece ha superato tutto ciò. Si trova nella fase iniziale della sua carriera ma è libero di scegliere determinate fasi del suo fare.
L'altro è comandato a bacchetta. Molto banalmente.
Nessuno vuol fare lo stagista ma è compito indispensabile nel lavoro e nella vita.
Ma adesso che sono anni di stage continuo, con un impegno costante, posso sapere quando arriverò ad essere tutelata e potrò rapportarmi come l'apprendista???
Sapete com'è, lo stage si sta protraendo troppo. E stagisti vecchi, d'animo, se ne vedono pochi.

sabato 8 gennaio 2011

Neve, bianca, neve...

Sulla Neve ad un passo dalla punta più alta. Il freddo non spaventa. Taglia.
Qualche tentativo di equilibrio in un sentiero innevato, con un maestro, degli scarponi, il sole e lo skilift. Il mio "début" sullo skilift dei bambini ha lasciato il segno. Ma non ero l'unica tardona. C'era tanta gente oltre i 5 anni come me, alle prime armi, scoraggiatissima. Salendo sulla collinetta pensavo di cadere. Perchè in effetti son caduta persino dallo skilift dei lattanti. "Ma nello sci se non cadi non impari!"
Così mi hanno consolato.
E lì in fondo, con lo skilift per i bambini tra le gambe, mi sentivo brava alla quarta risalita, quando all'improvviso, cado, scivolo, perdo controllo. Ho una paura paralizzante! La velocità che d'improvviso prendo anche nelle cunette dei bambini mi blocca! Dico a me stessa che ho sbagliato vacanza, se comincio così finisce male. All'ennesima scivolata, pianto i polsi. Non l'avrei mai dovuto fare. Impreco perchè avrei dovuto protestare. Poi mi rialzo, i piedi sono congelati da scarponi enormi e antiestetici, riprendo a scendere perchè giù devo arrivare per forza, curvo senza alcun criterio, vorrei non scivolare, star ferma. Riesco con strane forze a star ancora in equilibrio sia pure precario, il mio corpo sembra non seguirmi. Ci provo. Tutti i bambini cadono in questa pista, piangono disperati e si rialzano, senza problemi, dai due anni in su. A me sembra che a 26 ricchi anni mi stiano punendo per qualche misfatto. "Forse avrei dovuto cominciare col fondo" - dico a me stessa, quasi per giustificare una difficoltà motoria da ottantenne.
Ma le curve sembrano sballarmi il cervello, mi confondono le variazioni di peso, non so come gestirle e mi ripeto, quasi come una preghiera: - "a destra il peso, giri a sinistra, a sinistra il peso e vai a destra", poi prendo velocità e mi si intrecciano le gambe, le cunette sono ghiacciate perchè siamo all'ombra, lo spazzaneve traballa e giùùùùùùù; nella migliore delle ipotesi lo controllo e gioisco in silenzio e con vergogna, come fosse un podio.
Al secondo giorno, quando mi sentivo a stento capace di starci sopra, dopo aver regalato un centino all'istruttore pluriqualificato, ho scelto la lezione privata. Lui mi pregava ed incitava con un insopportabile "vitesse, vitesse!!!", macché vitesse, già se sto in piedi mi devi ringraziare. La velocità in macchina è già pericolosa. Sugli sci non ci penso proprio. E poi continuava... "tu as peur!, tu dois faire le chaisseneige!" - come se fosse fare la dama ad un bambino. Un attimo no??? Mi devo ambientare, siamo a -12, ho i geloni, il mio zito fa le piste nere e mi sento invalida a confronto, dammi tregua!

Sono arrivata integra all'ultimo giorno. E' chiaro che il mio impegno sullo sci non ha dato grandi risultati, mi sono anche arrabbiata con me stessa e con chi mi ci ha portato qui a prendere culate inutili. Però son sicura che altrove mi rifarò, a scacchi per esempio posso ancora migliorare, a ping pong ero bravissima. Non sullo sci, ovviamente, vale per la prossima vita un futuro da sciatrice.