I Jalisse recitavano... "fiumi di parole, fiumi di parole fra noi, prima o poi ci portano via..." o qualcosa di simile. Non so nemmeno perchè ho pensato a questa canzone, ma m'è tornata in mente giusto quando chiudo il telefono, scoraggiata e scossa, ancora sommersa da parole disinteressate. Per poi chiudere i minuti a disposizione con stizza, per una frase di troppo, con un tono ingiusto, scorretto, con una parola travisata e poi subito vomitata.
Tutte le relazioni si dovrebbero fondare su un equilibrio di base: do ut des.
Mancando questo, di tanto in tanto, si creano situazioni dure, severe, punitive. Si ammalano di un virus spesso fatale, si intrecciano squilibri emozionali in vortici mortali, ci si imbatte in presuntuose intimità mentali per scoprire che tutto è finzione, o peggio ancora temporaneo.
Scopro così che tutto è in continua ripetizione. Scopro che nulla di tutto ciò mi offende. Mi sorprende. Mi spiazza. Nulla di tutto ciò è doloroso, è quasi il traguardo raggiunto. E' quasi la maschera strappata che tanto ho desiderato. E' una scena dissacrante, teatralmente rotta in un pianto disperato e consapevole.
Il buio purtroppo non conosce limite, nella sua oscurità nascono i suoni, gli odori, i colori. Il buio, la sconfitta, la paura, non hanno padrone, non dimorano nello stesso tempo, ma risiedono amichevolmente nello stesso spazio ed infettano interiormente chi intende cacciarli, spostarli, delocalizzarli. La loro sede è la tua incertezza.
I colori di una delusione e di un dolore non sono mai chiari e non sono mai scuri.
Sono netti e mai ripetuti. Irriconoscibili ai più.
Per questo, in tutti i rapporti nei quali scommetti molto di te, occorre una sana dose del tuo colore, e se è buio, che buio sia purché sia tu.
Senza finzione, senza compromessi, senza mediazioni, accompagnandosi di implacabile, ostico e indiscusso egoismo. Il "do ut des" deve divenire un altrettanto giusto "mors tua vita mea", quando il tuo colore per lui è trasparente.
Esiste un amore più grande, quello per sé stessi.
martedì 18 gennaio 2011
lunedì 17 gennaio 2011
Gli stagisti nella vita come me
Sono una stagista. Una tra tante.
Sono una stagista nella vita, tra gli amici, a lavoro, a casa mia.
Sono una stagista nei modi. Sono una stagista nei ritmi.
E con questo termine intendo sottolineare l'aspetto temporaneo e pressante nel quale un giovane si trova in un breve periodo della sua vita. E' una metafora.
Sì, sono una stagista soprattutto per lo stress così irrequieto al quale mi sottopongono, così privo di valvole di sfogo, come quando ti viene assegnato il compito di fotocopiare un libro e salti le pagine, sbagli pulsante di avvio della macchina e la spegni, strappi per errore qualche brandello. Ecco, sono una stagista perchè non ho quasi nessuna confidenza con la vittoria e la sconfitta. Non ho percezione dei traguardi.
Sono una stagista perchè mi stanno testando, più e più persone, in modo prematuro. Ma la cosa tragicomica è che non c'è in palio nessun posto di lavoro, non c'è in palio nessun premio, nessuna gratificazione. Nessun palco.
Sono una stagista perchè sembro imparare troppo velocemente, succhiare mestiere a tutti, intuendo dettagli, fornendo soluzioni prima che arrivino i problemi, ma sono soluzioni mai sponsorizzate, indebolite dalla diffidenza e noncuranza dell'altro.
A volte le soluzioni dei giovani rampanti tolgono peso e responsabilità a chi per anni ha accentrato su di sé ogni potere. Ed è un bene il confronto, lo scontro, la fuga e la rimpatriata. Perchè nessuno è indispensabile e tutti possono diventare utili.
Vorrei essere promossa e non perchè bramo posizione, riconoscimenti.
Vorrei sentirmi apprendista ma non stagista. Agli stagisti, è consuetudine lasciar imparare qualcosa direttamente sul campo, senza affidargli nessuna responsabilità.
Per questo è un compito temporaneo che può sfociare in qualcosa di più. Ma è una condizione di fretta, inconscia, tremore e instabilità forzata da chi sta sopra di te.
L'apprendista invece ha superato tutto ciò. Si trova nella fase iniziale della sua carriera ma è libero di scegliere determinate fasi del suo fare.
L'altro è comandato a bacchetta. Molto banalmente.
Nessuno vuol fare lo stagista ma è compito indispensabile nel lavoro e nella vita.
Ma adesso che sono anni di stage continuo, con un impegno costante, posso sapere quando arriverò ad essere tutelata e potrò rapportarmi come l'apprendista???
Sapete com'è, lo stage si sta protraendo troppo. E stagisti vecchi, d'animo, se ne vedono pochi.
Sono una stagista nella vita, tra gli amici, a lavoro, a casa mia.
Sono una stagista nei modi. Sono una stagista nei ritmi.
E con questo termine intendo sottolineare l'aspetto temporaneo e pressante nel quale un giovane si trova in un breve periodo della sua vita. E' una metafora.
Sì, sono una stagista soprattutto per lo stress così irrequieto al quale mi sottopongono, così privo di valvole di sfogo, come quando ti viene assegnato il compito di fotocopiare un libro e salti le pagine, sbagli pulsante di avvio della macchina e la spegni, strappi per errore qualche brandello. Ecco, sono una stagista perchè non ho quasi nessuna confidenza con la vittoria e la sconfitta. Non ho percezione dei traguardi.
Sono una stagista perchè mi stanno testando, più e più persone, in modo prematuro. Ma la cosa tragicomica è che non c'è in palio nessun posto di lavoro, non c'è in palio nessun premio, nessuna gratificazione. Nessun palco.
Sono una stagista perchè sembro imparare troppo velocemente, succhiare mestiere a tutti, intuendo dettagli, fornendo soluzioni prima che arrivino i problemi, ma sono soluzioni mai sponsorizzate, indebolite dalla diffidenza e noncuranza dell'altro.
A volte le soluzioni dei giovani rampanti tolgono peso e responsabilità a chi per anni ha accentrato su di sé ogni potere. Ed è un bene il confronto, lo scontro, la fuga e la rimpatriata. Perchè nessuno è indispensabile e tutti possono diventare utili.
Vorrei essere promossa e non perchè bramo posizione, riconoscimenti.
Vorrei sentirmi apprendista ma non stagista. Agli stagisti, è consuetudine lasciar imparare qualcosa direttamente sul campo, senza affidargli nessuna responsabilità.
Per questo è un compito temporaneo che può sfociare in qualcosa di più. Ma è una condizione di fretta, inconscia, tremore e instabilità forzata da chi sta sopra di te.
L'apprendista invece ha superato tutto ciò. Si trova nella fase iniziale della sua carriera ma è libero di scegliere determinate fasi del suo fare.
L'altro è comandato a bacchetta. Molto banalmente.
Nessuno vuol fare lo stagista ma è compito indispensabile nel lavoro e nella vita.
Ma adesso che sono anni di stage continuo, con un impegno costante, posso sapere quando arriverò ad essere tutelata e potrò rapportarmi come l'apprendista???
Sapete com'è, lo stage si sta protraendo troppo. E stagisti vecchi, d'animo, se ne vedono pochi.
sabato 8 gennaio 2011
Neve, bianca, neve...
Sulla Neve ad un passo dalla punta più alta. Il freddo non spaventa. Taglia.
Qualche tentativo di equilibrio in un sentiero innevato, con un maestro, degli scarponi, il sole e lo skilift. Il mio "début" sullo skilift dei bambini ha lasciato il segno. Ma non ero l'unica tardona. C'era tanta gente oltre i 5 anni come me, alle prime armi, scoraggiatissima. Salendo sulla collinetta pensavo di cadere. Perchè in effetti son caduta persino dallo skilift dei lattanti. "Ma nello sci se non cadi non impari!"
Così mi hanno consolato.
E lì in fondo, con lo skilift per i bambini tra le gambe, mi sentivo brava alla quarta risalita, quando all'improvviso, cado, scivolo, perdo controllo. Ho una paura paralizzante! La velocità che d'improvviso prendo anche nelle cunette dei bambini mi blocca! Dico a me stessa che ho sbagliato vacanza, se comincio così finisce male. All'ennesima scivolata, pianto i polsi. Non l'avrei mai dovuto fare. Impreco perchè avrei dovuto protestare. Poi mi rialzo, i piedi sono congelati da scarponi enormi e antiestetici, riprendo a scendere perchè giù devo arrivare per forza, curvo senza alcun criterio, vorrei non scivolare, star ferma. Riesco con strane forze a star ancora in equilibrio sia pure precario, il mio corpo sembra non seguirmi. Ci provo. Tutti i bambini cadono in questa pista, piangono disperati e si rialzano, senza problemi, dai due anni in su. A me sembra che a 26 ricchi anni mi stiano punendo per qualche misfatto. "Forse avrei dovuto cominciare col fondo" - dico a me stessa, quasi per giustificare una difficoltà motoria da ottantenne.
Ma le curve sembrano sballarmi il cervello, mi confondono le variazioni di peso, non so come gestirle e mi ripeto, quasi come una preghiera: - "a destra il peso, giri a sinistra, a sinistra il peso e vai a destra", poi prendo velocità e mi si intrecciano le gambe, le cunette sono ghiacciate perchè siamo all'ombra, lo spazzaneve traballa e giùùùùùùù; nella migliore delle ipotesi lo controllo e gioisco in silenzio e con vergogna, come fosse un podio.
Al secondo giorno, quando mi sentivo a stento capace di starci sopra, dopo aver regalato un centino all'istruttore pluriqualificato, ho scelto la lezione privata. Lui mi pregava ed incitava con un insopportabile "vitesse, vitesse!!!", macché vitesse, già se sto in piedi mi devi ringraziare. La velocità in macchina è già pericolosa. Sugli sci non ci penso proprio. E poi continuava... "tu as peur!, tu dois faire le chaisseneige!" - come se fosse fare la dama ad un bambino. Un attimo no??? Mi devo ambientare, siamo a -12, ho i geloni, il mio zito fa le piste nere e mi sento invalida a confronto, dammi tregua!
Sono arrivata integra all'ultimo giorno. E' chiaro che il mio impegno sullo sci non ha dato grandi risultati, mi sono anche arrabbiata con me stessa e con chi mi ci ha portato qui a prendere culate inutili. Però son sicura che altrove mi rifarò, a scacchi per esempio posso ancora migliorare, a ping pong ero bravissima. Non sullo sci, ovviamente, vale per la prossima vita un futuro da sciatrice.
Qualche tentativo di equilibrio in un sentiero innevato, con un maestro, degli scarponi, il sole e lo skilift. Il mio "début" sullo skilift dei bambini ha lasciato il segno. Ma non ero l'unica tardona. C'era tanta gente oltre i 5 anni come me, alle prime armi, scoraggiatissima. Salendo sulla collinetta pensavo di cadere. Perchè in effetti son caduta persino dallo skilift dei lattanti. "Ma nello sci se non cadi non impari!"
Così mi hanno consolato.
E lì in fondo, con lo skilift per i bambini tra le gambe, mi sentivo brava alla quarta risalita, quando all'improvviso, cado, scivolo, perdo controllo. Ho una paura paralizzante! La velocità che d'improvviso prendo anche nelle cunette dei bambini mi blocca! Dico a me stessa che ho sbagliato vacanza, se comincio così finisce male. All'ennesima scivolata, pianto i polsi. Non l'avrei mai dovuto fare. Impreco perchè avrei dovuto protestare. Poi mi rialzo, i piedi sono congelati da scarponi enormi e antiestetici, riprendo a scendere perchè giù devo arrivare per forza, curvo senza alcun criterio, vorrei non scivolare, star ferma. Riesco con strane forze a star ancora in equilibrio sia pure precario, il mio corpo sembra non seguirmi. Ci provo. Tutti i bambini cadono in questa pista, piangono disperati e si rialzano, senza problemi, dai due anni in su. A me sembra che a 26 ricchi anni mi stiano punendo per qualche misfatto. "Forse avrei dovuto cominciare col fondo" - dico a me stessa, quasi per giustificare una difficoltà motoria da ottantenne.
Ma le curve sembrano sballarmi il cervello, mi confondono le variazioni di peso, non so come gestirle e mi ripeto, quasi come una preghiera: - "a destra il peso, giri a sinistra, a sinistra il peso e vai a destra", poi prendo velocità e mi si intrecciano le gambe, le cunette sono ghiacciate perchè siamo all'ombra, lo spazzaneve traballa e giùùùùùùù; nella migliore delle ipotesi lo controllo e gioisco in silenzio e con vergogna, come fosse un podio.
Al secondo giorno, quando mi sentivo a stento capace di starci sopra, dopo aver regalato un centino all'istruttore pluriqualificato, ho scelto la lezione privata. Lui mi pregava ed incitava con un insopportabile "vitesse, vitesse!!!", macché vitesse, già se sto in piedi mi devi ringraziare. La velocità in macchina è già pericolosa. Sugli sci non ci penso proprio. E poi continuava... "tu as peur!, tu dois faire le chaisseneige!" - come se fosse fare la dama ad un bambino. Un attimo no??? Mi devo ambientare, siamo a -12, ho i geloni, il mio zito fa le piste nere e mi sento invalida a confronto, dammi tregua!
Sono arrivata integra all'ultimo giorno. E' chiaro che il mio impegno sullo sci non ha dato grandi risultati, mi sono anche arrabbiata con me stessa e con chi mi ci ha portato qui a prendere culate inutili. Però son sicura che altrove mi rifarò, a scacchi per esempio posso ancora migliorare, a ping pong ero bravissima. Non sullo sci, ovviamente, vale per la prossima vita un futuro da sciatrice.
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