Ho composto questa parola, inesistente, per descrivere uno stato di confusione che supera la normale confusione. E' una confusione mista tra ansia, panico, incanto e disincanto, disperazione e speranza. Ecco cos'è il mio frastuono.
Frastornatamente è la mente frastornata, è la mente attonita, ferma e convulsa al tempo stesso, è la mente distratta dalla paura. La paura è difficile spiegarla. Come è altrettanto difficile spiegare il coraggio. Anche perchè quest'ultimo è raro.
La paura è frastornante, soprattutto quando pensi di dividerla, condividerla, spezzarla, ed invece la senti addosso pesante, come se da sola stessi valicando il K2 e t'è finita l'acqua, fa un freddo cane, la circolazione è flebile.
Partiamo da lontano: la paura nasce da una corsa.
E quando corri, la fatica, la distanza, i battiti accelerati, ti danno un senso di instabilità, sfiducia, disdetta e sconforto dettato dall'ecumenica incomprensione del traguardo.
Quando e quanto ti riempirà raggiungerlo?
Chi non comprende l'esigenza di esserci in quell'esatto momento, non può essere un tuo "fidato". Chi non comprende l'angoscia dell'essere "minima" parte di una vita, "minima" parte di un ricordo, "minima" parte di tempo, non può sapere cosa sia vivere il tutto, vivere il completo, vivere una simbiosi. Vivere un traguardo.
Chi corre apprezzando la corsa più del traguardo, non può sognare il traguardo. Chi corre pensando di giungere, può anche non giungere mai e continuare a correre, sperperando energie, amori, ricordi, vite, e non lasciare mai un segno del suo passaggio. Girovagando intorno alle mete, facendo la maratona di resistenza al traguardo.
La circumnavigazione del non arrivo, il protrarsi inutile di uno sforzo non imposto.
Chi corre e s'affatica vuol dire che vuole giungere. Perchè il suo traguardo esiste, è tangibile, corporeo e non è il mero esercizio delle abilità che esistono nella corsa.
Chi corre e si arrende significa che ha corso troppo e correndo ha perso voglia, oppure si è abituato ad una corsa comoda, di defaticamento.
Chi corre e si ferma, significa che ha capito che correndo a lungo sprechi solo energie e che ciò che conta non è tanto raggiungere qualcosa ma sapere che c'è qualcosa da raggiungere.
Chi corre e non pensa a quando giungerà è un egoista. E' un narcisista. Fa esercizio del suo fisico, della sua potenza, del suo corpo, per ridere e deridere della fatica altrui.
Pensa solo a correre riempiendo le sue giornate di traguardi irrisori, minimi, cosicchè possa essere facile esser contenti di sé stessi, nell'oggi immediato. Basta così poco.
Io penso di aver corso ultimamente moltissimo. Di aver anche sognato di correre e di non averlo fatto abbastanza. Perchè c'è chi mi fa sentire una maratoneta invecchiata.
Frastornatamente esiste. E lo dico con convinzione. Sarà un avverbio di modo.
Perchè questa maratona, questa corsa lunghissima io la vinco sempre a modo mio, giungo lì dove intendo giungere, perchè ho stima dei miei principi, ho stima dei miei tempi, ho stima delle mie confusioni, dei miei inizi e delle mie conclusioni, anche dei miei grandi limiti. Credo fermamente nel mio modo di correre e credo ancor di più di poter giungere.
Ci credo a prescindere dal fatto che lungo la corsa possa restare sola.
Ci credo perchè correre non presuppone compagnia.
Correre presuppone squadra, insieme, unione, non spettatori e applausi.
C'è sempre un filo che tiene insieme le mie maratone. Come c'è sempre una logica in ogni confusione. E sebbene la mia sia particolarmente arrovellata nel vuoto altrui, riesco sempre a correre ed a giungere.
Oggi ho anche voglia di correre insieme a qualcuno, ma raramente questo qualcuno si accorge che è tempo di giungere.
O meglio, nessuno si accorge quando sono troppo stanca di correre ed il traguardo è scomparso.