sabato 11 giugno 2011

La recita dell'inetto

Scrivo delle lettere, fogli bianchi e grigi pieni zeppi di lettere trascritte confusamente.
Scrivo email, scrivo messaggi, scrivo tecnologicamente e incessantemente.
Scrivo chiaramente, senza peli sulla lingua, senza insicurezza.
Scrivo che scegliere non e' ritrovarsi in una condizione e fermarsi.
Ti scrivo, urlando. Userei il maiuscolo in ogni frase.

Perché tanto non mi ascolti. Guardi arrivare le tue parole nel contesto, ma non ti preoccupi che quel contesto sia anche il mio, non ti appendi al mondo delle idee comuni, ma ti rifugi in immensi silenzi, fintamente arrabbiati, profondamente spiazzati dalla mia cruda, schietta irriverenza.

Si, il mio grande problema, da sempre, e' l'irriverenza. Non sono capace di essere accondiscendente, non riesco in nessun modo a farmi passare sopra il naso l'inesatto, l'incompiuto, il parziale, l'approssimativo. E reagisco in barba alle formalità, fottendomene del buon costume,dell'arte che seduce e conduce, quindi scendo in guerra.

Perché diventa una guerra far rispettare il mio modo di ragionare. Diventa problematico gestire le domande chiuse e quelle retoriche, diventa scomodo proporre soluzioni di compromesso.

Sono la signorina Rambo, Vecchioni lo scrive e mi ritrovo in buona parte della sua poesia, e' terribilmente sconsigliato confrontarsi con una donna che fa a botte come un uomo per difendersi. Faccio a botte con l'orgoglio maschile, quello paterno, fraterno, compagno. quell'orgoglio che non permette d'annunciare l'inconsistenza.

Provo disgusto profondo per il maschilismo permeante dei pensieri maschili, ammetto che a volte anche per quelli femminili, questi sono i casi peggiori. Esistono espressioni di questo modo di fare raccapriccianti, incredibili.
Esistono soprattutto nelle donne.
Nelle madri che giustificano i figli irrispettosi, assegnando alle mogli e alle compagne il tristissimo ruolo di madri, educatrici dei loro figli e di quelli che hanno sposato.

Sono scomoda, lo sanno tutti. Sono quella goccia che buchera' la pietra. Lo premetto: non sono per tutti. Questa non e' semplice presunzione, e' una peggiore autostima radicata e menefreghista. Non puoi usarmi, non puoi mettermi a tacere, non puoi provare a fare e disfare la tua vita, a correre, a mancare e poi ad esserci, non puoi farmi pensare di essere parziale, temporalmente ridimensionata, ubicata nel tempo libero. Non ti lascio lo spazio per crederti imprescindibile e non ti concedo l'esclusiva. Eppure capita comunque: la mediocrità scambia la mia passione nel dimostrare le mie ragioni, la veridicità dei miei pensieri, per rabbia, per ambigua disapprovazione nel diverso da me e non si accorge, ne mai si interroga, se ogni parola che sento pronunziare diventa un insulto, una patetica recita, una paraculata.
La fuga.
Concepire l'opposto per il mero piacere dell'opporsi, per il solo gusto di storcere la linearità, per riempire di ornamenti la sostanzialità.
La parata delle insicurezze mascherate da incertezze, speranze travestite da progetti.

La mia e' Spregiudicata insofferenza per la recita dell'inetto.
Non serve esercitarsi in questo teatrino.
Siate severi con voi stessi, punite ogni tanto la vostra insufficienza.
Arriverete più in alto, le vostre autocritiche saranno la chiave del vostro successo.

Ma sono pensieri colpevoli di fantasia: la volpe che non arriva all'uva dice che e' marcia. E' storia. Questo non cambierà. E il mio sentirmi di tanto in tanto incompresa sara' come andare dal parrucchiere, nella norma.

Smetterò di essere questa, cambierò.
E quando sarò diversa, avvertitemi, avrò smesso la ricerca dell'uomo più uomo di me.
La battaglia allora sara' finita, finalmente saremo pari.

Perché affermarsi interiormente donna per tutta la vita non conviene: tanta fatica per esser additata come sognatrice e non esser mai creduta.
Quasi fosse una colpa.