mercoledì 22 dicembre 2010

Quanti anni hai bambina?

Quanti anni hai
stasera
quanti me ne dai...
bambina
quanti non ne vuoi
più dire
forse non li vuoi
"capire"...
Ti ho pensato sai...
stasera
ti ho pensato poi...
la sfiga
mi ha telefonato lei
per prima
non ho saputo dir di no
lo sai che storia c'era

Dopo dove vai
stasera
sai che non lo so
bambina
certo che tu no
non sei la prima
e di certo no
non sei la più "serena"
Quello che ti do
stasera
è questa canzone
onesta e sincera
certo che potevo sai
approfittar di te
ma dopo come facevo
a fare senza .....Se

Meglio che "rimani"
a casa
meglio che "non esci"
stasera
perché la notte non è più
sicura
e non è nemmeno più
sincera

Quanti anni hai
stasera
sai che non lo so
bambina
forse ne ho soltanto qualcuno...
qualcuno ...più di te
ma è la curiosità
che non so più cos'è


Vasco Rossi

Avrà pensarto a tutte le bambine come me quando ha scritto questa canzone.
Se avesse pensato che queste bambine smettono di essere bambine troppo presto, forse avrebbe rassicurato di più il loro essere premature e incoscienti. Non sanno mai dove va a finire la loro speranza.

domenica 5 dicembre 2010

A volte no.

A volte cammino, altre volo. E mentre cammino nessuno mi sta dietro, i pensieri volano e scorrono veloci nei ricordi. Comincio ad elencare momenti, come sfogliare un album di vecchie foto per dimostrare quanto sia variabile un presente e viverlo senza questa consapevolezza.

Era un presente anche ieri, un mese fa, l'anno scorso, anche due anni fa, anche tre. Era il presente di quel momento, che per me era eterno. Invece era solo un momento che a volte vedo come tale, altre volte no.

Giù con il mio elenco della variabilità:
a volte t'amo, a volte no. A volte temo, a volte no. A volte sento, a volte no. A volte taccio, a volte no. A volte spio, a volte no. A volte tremo, a volte no. A volte penso, a volte no. A volte credo, a volte no. A volte prego, a volte no.  A volte corro, a volte no. A volte fremo, a volte no. A volte vivo, a volte no. 

Spero di dire sì a tutte quelle volte che voglio ricordare.

sabato 4 dicembre 2010

All'ombra dell'amaca

Cantano. Inneggiano al Signore. Sono le voci delle parrocchie in festa che sento qui accanto. Fa freddo qui. E' inverno. Lentamente scende la notte e la neve in lontananza colora d'opaco le vesti del vulcano.

Ed io sto ancora qui a pensare a Te. E' ancora di Te che parlo.
Ho pranzato ad Acitrezza, coi faraglioni e il sole in faccia. Ipotizzavo intenzioni postume, col vento che muoveva gli alberi, la tovaglia del ristorante accanto si alzava e si abbassava, a suon di fiati.
Parlo di Te anche se non ci sei più, anche se non mi senti parlar di Te, anche se non mi vedi parlar di Te.
Ed è quasi diventata un'ossessione. Un'espiazione.

Ieri, tra i fiori bianchi che quasi coprivano il tuo spazio, l'ennesima lacrima scende giù, a coprir di noia le mie parole inutili, a disturbare la quiete del tuo sorriso, fermo.
E tu raccomandi sempre la stessa cosa, quasi faccio fatica a distinguere quella raccomandazione dalla mia preoccupazione. Ero preoccupata per lui all'inizio, quando avevi ancora fiato per parlare e non parlavi, e sono preoccupata adesso che quel fiato tu vuoi darlo a me, come se io dovessi agire al posto tuo, come se dovessi riprendermi quella luce che non merito, che non immagino, che non vedo e non sento più da tanto.
Era un amore ingiusto. Sbilanciato e acerbo. Soltanto in Suo rispetto ho tolto la linfa. Ma era un grande Amore, rimasto in piedi per tanto tempo, senza artifici, spontaneo, con grandi principi, senz'altro un vero Amore. Quello che non passa nel tempo, rimane immutato, ed è il suo più grande pregio ed insieme il più grande limite; lo rende troppo fragile nell'evolversi. E tu lo sapevi. Per questo hai taciuto.
Tu mi chiedi di parlare. Mi chiedi di avvertire. Mi chiedi di allertare. E non so più se sei Tu a chiedermi questo nettamente o è la mia preoccupazione, la mia ansia per Lui adesso che Tu non ci sei più.
Non so se è nelle mani giuste e non so nemmeno se se ne rende conto.
Non so se sei ancora Tu a volermi mandare lì a smontargli ogni certezza assunta, oppure sono io che dubito continuamente della sua consapevolezza.
Non so se sei Tu che mi fai l'analisi del problema e mi chiedi di risolverlo, inconsciamente, oppure sono io che penso tra me e me; in quest'ultimo caso è ovvio il mio duro silenzio.
E finchè non ti avrò distinto perfettamente dalla mia anima, non potrò far nulla.
Per questo parlami, parlami senza timore che non capisca. Parlami chiaramente.
Onde evitare gravi intrecci, la confusione che distruggerebbe gli equilibri di tante persone inutilmente.

Torno li, tutte le volte, per sentirmi rassicurata, rinforzata, ringiovanita. Con Te lì, così vicina, sento ancora quella forza di far tutto dall'inizio, di prendermi la briga di scontrarmi, cadere e rialzarmi. Prendo coraggio nell'affrontare i dolori della mia giovane vita, perchè Tu sai quanti ce ne sono. Tu sai quanti ne nascondo. E a volte, nemmeno li nascondo, parlo al mondo per scoprire al meglio il limite della mia pazienza (come insegna un amico scrittore).

Chissà se sbaglio a disturbare il tuo sonno con quelle lacrime, postume, silenziose, schizofreniche.
Lui continua a ripetermi che non ho colpa se ho rispettato un silenzio di circostanza per tanti mesi, continua a dirmi che non avrei potuto far meglio e di più. Mentre Io ancora non mi perdono.
"Chissenefrega" se pensavi a qualcosa che non c'era; se quel gesto ti rendeva felice, avrei dovuto farlo. "Chissenefrega" se qualcuno storceva il nasino, appena giunta, quasi come fosse un appalto della vita mancato. "Chissenefrega" se qualcuno non lo credeva opportuno. Io e Te ci apparteniamo.
Questo lo sanno tutti ed io sono mossa da Te, come la Tua Mano. Tuo figlio avrebbe capito, nel tempo.

Tu mi hai dato tutto quello che di buono so riconoscere nelle persone, Tu mi hai dato senza voler mai ricevere, Tu mi hai fatto sentire Madre, Moglie, Amica, Sorella ma soprattutto Figlia. Mi hai cresciuto con Amore. Quello di una Mamma... E Tu non sei mia Madre.

Io ancora non ci credo che non ci sei più. Tra poco è un anno.
Ed io sono ancora bloccata, distrattamente ferma a tanti anni fa, quando con le mani negli arancini crudi ascoltavamo Celentano e tutto il resto per me era nulla.
Eravamo ad un passo dal mare, con un caldo africano ed io nemmeno prendevo il sole per scoprire al meglio quello che ci univa, all'ombra di un' amaca.

giovedì 2 dicembre 2010

Quanto spreco di affinità

Oggi vorrei parlar di tutto, ecumenicamente. Non so come fare la selezione tra questi aggrovigliatissimi pensieri che, come al solito, si intrecciano e si intralciano nel libero fluire delle parole. Perdonerete quindi i miei salti inspiegabili.
Vorrei parlare di "Affinità elettive". E non è d'amore che parlo.

Ho conosciuto una persona, qualche tempo fa, che credeva di far leva su queste palesi affinità per far fronte ad un'attrazione manchevole, colmarne i buchi con questo scorgersi e non scorgersi, con questo accorgersi e non accorgersi delle infinite possibilità di condividersi e poi scegliere di non farlo, consapevole dell'esigenza di attrarsi soprattutto in altro modo.
Ho conosciuto un'altra persona che di quest'affinità ha fatto quasi vanto, per lungo tempo, in innumerevoli lettere, affollate di parole sensate ma scritte a caso, senza responsabilità. Questa persona di certo non intendeva illudere nè fantasticare su un'affinità così giocosa e pretenziosa che, quasi sicuramente, sarebbe andata oltre, nell'oblio di tutti i nostri corpi.

Ho conosciuto un'altra persona che di tutto ciò non ha mai parlato e non ha mai avuto bisogno. Era talmente evidente l'appartenenza al nostro mondo che forse mi annoiava pure.
Tra tutte queste esperienze, forse dettate dalla gioventù, fors'anche dettate dal calore umano di cui ho estremamente e disperatamente necessità ancora oggi, nella quasi acquisita maturità, ho scelto ancora la via che mi porta sola.

L'ho scelta perchè del mio modo d'essere non ho ancora incontrato il veritiero genere affine.

Del mio modo di vivere non ho ancora generato il simile, del mio modo di sopravvivere non ho ancora rispetto, non ho metabolizzato l'idea che qualcun altro viva così male i suoi giorni e cerco con affanno chi riesca ad illuminarmi con un mondo pieno, invasivo ed invadente.

Come uno spreco di affinità: da una parte l'inconsistenza del calore, un calore mentale, sincero ma limitato ad un emisfero della vita. Dall'altra il bagliore accecante e dispersivo di chi sembra voglia vivere i corpi e le anime ed invece si limita ad apparire nei film colorati.