martedì 29 marzo 2011

La rabbia come medicina

Oggi sono arrabbiata. Arrabbiata un po' con me stessa, un po' con voi. Sì, con voi, i compagni di viaggio. Gli amici, i parenti, i conoscenti, gli amori. Sì, decisamente voi che perdete tanto tempo nel descrivere voi stessi, che perdete tanto tempo nell'autodefinirvi. Sì, voi. Sì, voi, che avete una vita, che la state percorrendo, la riempite di mille cose, tutte importanti. Sì, voi, che non vi soffermate nemmeno a guardarvi indietro. Sì, voi, che presumete e non testate. Sì, voi, che avete detto e fatto chissà quanto per me.
Sì, ho rabbia perchè c'è chi conosce troppe parole e le usa in modo sproporzionato e spropositato in virtù di un limite che il mio modo d'essere esprime. Sì, voi, spettatori di questa frustrazione, di quest'ansia, sì voi, che non potete e non potrete mai far nulla per tutta questa me stessa che trabocca. E non sa più dove versarsi.
Sono arrabbiata, perchè gli ormoni decidono il colore delle mie guance, perchè gli ormoni decidono il colore dei miei pianti, perchè gli ormoni mi impegnano e mi orientano. Sono arrabbiata perchè subisco una discriminazione, dalla colazione in poi.
Sono inviperita, inaridita, inzuppata di cicuta, perchè un amore m'è costato quasi quanto una casa, per poi finire nella memoria di un uomo, un poveraccio, che scambia fedi in onore del passaporto europeo. Sono arrabbiata perchè tante amicizie son finite nel dimenticatoio, non sono state coltivate, approfondite, spulciate. E questo per pigrizia, diffidenza, distanza e soprattutto indifferenza.
Sono arrabbiata perchè avevo un mentore al liceo che mi apriva la mente su ogni alito di attualità: oggi sono da sola ad affrontare la melma che ci circonda. E quando la analizzo, spesso finisco col confondermi e persuadermi delle falsità.
Sono arrabbiata perchè vorrei non essere siciliana, ma soprattutto italiana.
Per non dover aver paura, non dover temere, non dover "resistere".
Sono arrabbiata perchè poi diventa patriottismo, è un orgoglio siciliano e italiano il solo fatto di "resistere" a tutta la putrida storia di questa regione e di questa nazione.
Che fatica poi, smettere di arrabbiarsi, assopirsi. Ci provo tutte le volte.

Sono arrabbiata perchè tanta gente torna dalla propria famiglia, stanca, dissoluta, esanime e racconta parzialmente la giornata, lamentandosi di quanto tempo abbia sprecato dietro qualcosa dai dubbi risultati.
Demotivando, spegnendo ogni stimolo. Avendo come unico supporto a questo trascinare, come sciacalli, pesi morti, il brillio di sè stessi. Narcisi destinati alla morte, come tutti, ma con una caratteristica in più: sembrano quasi consapevoli, volendo per sé stessi questo stacco dalla vita, chissà quante volte ne lamentano la complessità negli affari in cui loro stessi scelgono di soffocarsi. Eppure il piacere di lamentarsi persiste. Credo a questo punto sia il loro più accreditato palliativo: dare un senso a tutto quello in cui risultano assenti.
Carcasse vanitose.
Ecco la mia rabbia come medicina. Se mi incazzo con questo modo d'essere, m'incazzo con la mia giornata in generale. Con le persone. Evito di apprendere qualcosa da loro.
E proseguo sulla mia via, impertinente e strafottente. Perchè io tutto questo lo so già.
Preferisco evitare di somigliare.
Carcassa superba.

mercoledì 23 marzo 2011

I dolori atroci son pensati per chi resta

L'altro giorno ero ad un funerale. Io che i funerali li evito come se fossi Baggio coi dribbling in area. Non certo per la non affezione, quanto per la somatizzazione ai dolori atroci della perdita di un caro che, sempre, dico sempre, li patisco, come se fossero miei.

L'altro giorno quel dolore era anche un po' mio. Perchè si sa che i dolori più atroci li subiscono coloro che restano, non quelli che vanno a miglior vita.

Era mio perchè ho vissuto dinamiche familiari, affini; era mio perchè ho contraddistinto l'umanità di quella persona a caratteri netti; era mio  perchè ho percepito l'aurea, l'energia, i ricordi, i litigi e le riunioni di quel contesto e li ho percepiti come se ci fossi io chiusa in quel buio soffitto che si chiama "abbandono".

Quando un dolore così investe, come un treno deragliato, un amico, uno di quelli "speciali", coi quali non sempre occorre parlare, non sempre occorre scherzare e non per forza per smorzare, coi quali hai condiviso anche situazioni personali, delicate, spinose, quel dolore, quel patire è per un pezzo anche il tuo.
Perchè l'amore durante l'abbandono colpisce tutti. Perchè l'amore durante la morte distrugge le anime più forti. Perchè l'amore di un'infanzia incosciente ti paralizza.
Quando un dolore così potente, così improvviso, così scatenato riesce a scompigliarti la vita, arrovellarla di pensieri sul futuro che non sai come andrà, quando un dolore riesce a lasciarti quasi inerme, inconsapevole ed impassibile, quando un dolore non sa che dire, non sa come abbracciare per condividere, non sa cosa esprimere, è un dolore viscerale.
E' un dolore che ti disturba, ti distoglie da tutto.

E' un dolore che è solo per i vivi, quelli che restano e per tante ragioni devono restare.
E' un dolore che non ha parole nè suoni. Ma ingoia tutti. Grandi e piccoli.
E' un dolore che tutte queste parole si limitano a disegnare l'assurdo.
Perchè la morte è il lato assurdo e paradossale della vita.

E spesso non si capisce perchè bisogna patirli se poi ne resta niente di noi.

Poi guardo gli occhi dei bimbi e capisco che il nostro percorrere questo sentiero assurdo di vita, contraddittorio e atroce, serve a loro. A quello che verrà. A tutti i bimbi che hanno un sorriso per noi; ci dispensano con il loro coraggio, la loro forza d'animo.
Perchè sorrideranno ancora e ancora con innocenza e impavidi di fronte alla fine.
Per chissà ancora quante volte. E da lì ricomincerò.