mercoledì 11 maggio 2011

Il mio più grande Lui

E ti capita d'improvviso che una sera ti raccogli in un silenzio sconfitto da mille angosce, quasi a presagire una brutta sorpresa.
Dormi male, sei stanca quando ti risvegli, senti già che la giornata si farà dura. Ma forse confondi tutto questo con l'ipertensione solita.

Poi una chiamata, anomala, fuori orario, sopraggiunge in quella mattina calda e con sospetto alzi quella cornetta consapevole di un rischio.

Mia madre dice qualcosa per non farmi preoccupare e mi esorta ad uscire per fare una visita medica, ma io so già che quelle parole pronunciate rapidamente e senza peso sono lontane dall'accaduto reale e sono rappresentazione di una finta pacatezza legata al costante fardello che ci portiamo dietro, che pesa come un macigno, ed è quella sensazione che qualcosa vada storto, in lui.

E d'un tratto arrivo in un centro medico, affollato. Mio padre ha un viso poco rassicurante, resto convinta che qualcosa stia per succedere. In poco meno di un'ora tutto si schiarisce, lo lascio in piedi e lo trovo sdraiato su un lettino, pronto a fare qualche esame specifico. Ischemia, infarto, miocardio, elettrocardiogramma, ventricolo, contrattilità, enzimi. Comincia il fiume di parole che mi investono veloci e pungenti. Taglienti come coltelli.
E non so ancora cosa sta succedendo. Quel medico è infastidito dalle mie domande e mi risponde che "abbiamo un'ora". Ma di cosa parla non ho idea.

Poi un esame pericoloso, affrontato come una radiografia, nell'inconsapevolezza del rischio più grande. Mi parla di sopravvivenza, mi parla di situazione compromessa, mi parla di coronarie pessime, mi parla di tante cose questo medico che io non comprendo e me le dice tutte in una volta, facendomi intendere che non resta molto tempo per intervenire.

"Intervenire esattamente in cosa? Intervenite allora se così è."
Permessi, testimoni ai permessi, abbracci da gente sconosciuta e mai vista.
Mi sembra un film. Uno di quelli che ho visto con il nodo in gola, con le lacrime accovacciate sui pensieri più insicuri e che mi son sempre augurata finisse per il meglio.

Ora questo film lo sto vivendo io, gli attori siamo noi. E non è poi tanto un film perchè quelle lacrime raccolte ad un certo punto sgorgano come se fossero fontana d'amore e non c'è spazio per nessuno in quell'istante.

Mi inginocchio in un asfalto bollente. Chiamo tutti, dall'amico fraterno, al fidanzato, lontano, e poi mio fratello, nell'altro continente.
Gli chiedo di correre, di prendere un dannato aereo, il primo e di venire qui ad abbracciare suo padre, perchè ora più che mai la presenza dev'essere ossessiva.
E in ginocchio continuo ad urlare come se avessi una spada conficcata in petto, un dolore inestimabile, un senso angosciante di paura, di impotenza, di stasi e di contemporanea imprevedibilità dei fatti.
In ginocchio invoco Dio, la sua grande potenza, perchè mi aiuti a sostenere questo rischio, perchè mi aiuti a sorreggere qualunque assenza e perchè soprattutto accompagni in questo viaggio ignoto Lui.
Il mio più grande Lui.

E si risveglia, sereno come se fosse stato dal droghiere a prendere le gomme.
Inconsapevole.

Poi sta qualche giorno in una sala vuota, da solo, a contemplare le milioni di sigarette che gli hanno prosciugato l'aria dai polmoni, poi i colori dalla retina ed anche il sangue dal cuore.
Suona di tanto in tanto un monitor, ci sono dei cavi strani tutti intorno a lui, ma continua a sostenere che sia tutto normalissimo e che sia pronto a rialzarsi. Peccato che la sua visione sia frutto di fantascienza.

In quel reparto, ci trasformavamo in aspiranti chirurghi.
Vestiti d'azzurro con cuffie buffe in testa. Gonfi ed impettiti, alimentati da buoni propositi e speranze, andavamo lì a far una visita di mezz'ora, e poi un'altra mezz'ora rubata, a dire che tutto andava per il meglio.
Quel tutto che continuo a ripetere, per me non è altro che lui.

Adesso sembra che la degenza stia trascorrendo in modo positivo.
Sono morta e rinata in un solo giorno.

Ci vorranno tre bypass, così i medici si sono espressi. Ma non dobbiamo allarmarci. Ci dicono che ormai questi sono interventi di routine e non si corre nessun rischio in più di un qualunque intervento. Penso sia un modo gentile e affettuoso per ammortizzare il terrore. Eppure, nonostante e comunque io temo. E voglio il meglio per questo cuore così maltrattato.
Lui, più di tutti noi, si merita il meglio.

Mancano 13 giorni a questo intervento. E mi affido a Dio.
La sua mano non mi farà attendere. E lo terrà stretto a questo nostro amore.
A questa vita. A questi sorrisi che io so, e che solo io so, quanto riempiano.

E mi appello a tutte le assenze, a quelle rimproverate, mal gestite, a quelle speranze mal riposte che oggi vengono riesumate alla resa dei conti.
In questo istante, per la prima volta, imploro il sostegno.
E non ne ho mai avuto bisogno. Non è orgoglio nè presunzione.

A quelle sensazioni, a quegli amori, a quelle amicizie, a quelle conoscenze, a quelle risate e a quei pianti, a quegli abbracci chiedo di sorreggermi.
Chiedo una pacca sulle spalle, chiedo un sorriso, chiedo un caffè e un aperitivo, chiedo un cinema, la tv in tarda serata, anche se poi alla fine mi negherò a tutti.
Perchè voglio immaginarci abbracciati insieme, presenti, uniti in questo momento duro, per valorizzare il senso dell'appartenersi.

Perchè questo è il senso dell'amore: esserci a prescindere, starci dentro a questo sentimento ogni giorno, stabilirne una priorità, liberarsi dalle catene della vita quotidiana e stringersi alle persone che s'amano. Esserci soprattutto quando si chiede di esserci. E non andrebbe nemmeno chiesto.

E' ancora mio padre a farmi intendere il valore delle cose e delle persone. E' sempre lui che mi salva. Certe riflessioni forse dovrei cominciare a farle in salute e non colma d'apprensione in situazioni disagiate.
Il mio amore per lui non ha confini. Il suo altrettanto.
Da lì in poi, col mondo intero, c'è un abisso.
Involontariamente mi ha aperto gli occhi sul valore del tempo che passa.
Sul peso delle persone, sul loro valore intrinseco. Su quella gente che ha trascorso del tempo con me, ma forse soltanto resti del proprio tempo libero.

E non ha diviso il meglio di sé. Non me lo ha regalato, nè per amore, nè per passione. Nemmeno oggi, di fronte a un disarmante senso di appartenza familiare, evidentemente non corrisposto.

Davanti a tutti, in questo spazio personale ma non troppo intimo, esprimo con fermezza il senso di estraneità e di rabbia nei confronti di chi non ha il mio stesso senso della vita.
Per questo, il mio darmi è concluso.
Oggi tutto può attendermi.

Non è una critica, non è un segnale, non è che pura riflessione.
Il tempo guarirà le mie ferite e farà tutto il resto.

Questo mese l'ho trascorso nell'assenza. Nella fugacità della vita, nelle apparizioni forzate, nell'emergenza affrontata con rilassatezza, come se persino l'emergenza fosse un impegno.

E si delinea l'assenza assoluta. In un silenzio impertinente.
L'insoddisfazione. L'inadeguatezza. La noncuranza. L'inadempienza.

Ho capito chi resta, ho snocciolato il segreto della parola "sacrificio": difficoltà, fatica, ostacolo, limite, ostruzione, il soffocamento dominato. Il sacrificio è l'abnegazione del proprio io, lo sfinimento vinto con l'amore.

Certe battaglie si vincono solo così, di presenza.
Così ho riscoperto la fede.
Perchè Lui c'è sempre.
Ho prova di chi ama, davvero, come desidero.

E quella persona sono soltanto io.

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