L'altro giorno ero ad un funerale. Io che i funerali li evito come se fossi Baggio coi dribbling in area. Non certo per la non affezione, quanto per la somatizzazione ai dolori atroci della perdita di un caro che, sempre, dico sempre, li patisco, come se fossero miei.
L'altro giorno quel dolore era anche un po' mio. Perchè si sa che i dolori più atroci li subiscono coloro che restano, non quelli che vanno a miglior vita.
Era mio perchè ho vissuto dinamiche familiari, affini; era mio perchè ho contraddistinto l'umanità di quella persona a caratteri netti; era mio perchè ho percepito l'aurea, l'energia, i ricordi, i litigi e le riunioni di quel contesto e li ho percepiti come se ci fossi io chiusa in quel buio soffitto che si chiama "abbandono".
Quando un dolore così investe, come un treno deragliato, un amico, uno di quelli "speciali", coi quali non sempre occorre parlare, non sempre occorre scherzare e non per forza per smorzare, coi quali hai condiviso anche situazioni personali, delicate, spinose, quel dolore, quel patire è per un pezzo anche il tuo.
Perchè l'amore durante l'abbandono colpisce tutti. Perchè l'amore durante la morte distrugge le anime più forti. Perchè l'amore di un'infanzia incosciente ti paralizza.
Quando un dolore così potente, così improvviso, così scatenato riesce a scompigliarti la vita, arrovellarla di pensieri sul futuro che non sai come andrà, quando un dolore riesce a lasciarti quasi inerme, inconsapevole ed impassibile, quando un dolore non sa che dire, non sa come abbracciare per condividere, non sa cosa esprimere, è un dolore viscerale.
E' un dolore che ti disturba, ti distoglie da tutto.
E' un dolore che è solo per i vivi, quelli che restano e per tante ragioni devono restare.
E' un dolore che non ha parole nè suoni. Ma ingoia tutti. Grandi e piccoli.
E' un dolore che tutte queste parole si limitano a disegnare l'assurdo.
Perchè la morte è il lato assurdo e paradossale della vita.
E spesso non si capisce perchè bisogna patirli se poi ne resta niente di noi.
Poi guardo gli occhi dei bimbi e capisco che il nostro percorrere questo sentiero assurdo di vita, contraddittorio e atroce, serve a loro. A quello che verrà. A tutti i bimbi che hanno un sorriso per noi; ci dispensano con il loro coraggio, la loro forza d'animo.
Perchè sorrideranno ancora e ancora con innocenza e impavidi di fronte alla fine.
Per chissà ancora quante volte. E da lì ricomincerò.
A quel funerale c'ero anch'io. C’ero, come c’erano tutti, così tanti. C’era chi era venuto per chi ci lasciava, ma i più erano accorsi per chi restava. C’erano tutti i volti che mi sarei aspettato di vedere. Il primo che ho incrociato apparteneva a chi oggi non c’è più. C’erano amici, colleghi, vecchi compagni di scuola. C’era mio padre. A quel funerale, c’ero anch’io e c’eri tu.
RispondiEliminaQuando si è a un funerale, si sta soli. Andare a un funerale significa rivivere i propri lutti, quelli che hai vissuto. A un funerale immagini i lutti che dovrai vivere. Ogni funerale, insomma, commemora tanti funerali.
Finanche andare a un funerale è un po’ come andare al proprio. Sarà tanto diverso il mio di funerale? Forse ci sarà meno gente… Chissà se ci saranno loro, o lui, chissà se ci sarà lei.
Poi i parenti e gli amici più cari, raccontano del defunto e torni lì, nella “chiesa gremita”, insieme a tutti gli altri e decidi ti dedicarti al dolore di chi resta. Abbandono il mio dolore e da lì ricomincio.
Condivido le tue parole, ma prima ancora questi pensieri che sembrano partire dallo stesso mondo, distratto, disordinato e compulsivo, ribelle. Rivoltoso ma colmo di sentimento.
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